Il posto in cui lavoriamo influisce su come lavoriamo

Le performance del cervello sono estremamente sensibili al contesto in cui l'individuo opera: bisogna creare ambienti adatti al pensiero e abbandonare l'analogia del cervello-computer.
29 Aprile 2022

Cheryan, attualmente dipendente dell’università di Washington a Seattle, definisce questo fenomeno “appartenenza ambientale”, ed è convinta che le persone sviluppino rapidamente un senso di adeguatezza o disagio “anche dopo aver dato solo una rapida occhiata a qualche oggetto”. Più recentemente Cheryan ha studiato il modo in cui gli spazi potrebbero essere progettati per far sentire a proprio agio una frangia più ampia di persone. Secondo la ricercatrice l’obiettivo non è quello di eliminare gli stereotipi, ma di diversificarli, ovvero inviare il messaggio secondo cui persone diverse con trascorsi diversi possono lavorare bene in un dato ambiente. Basandosi su questa idea, l’università di Washington ha rinnovato il proprio laboratorio di informatica ridipingendolo, decorandolo con opere d’arte varie e disponendo le sedie in modo da incoraggiare una maggiore interazione sociale. Cinque anni dopo, la proporzione di donne laureate in informatica ha raggiunto il 32 per cento, superando tutte le altre importanti università pubbliche degli Stati Uniti.

Per aiutare le persone a pensare in modo efficace, un ambiente di lavoro non ha bisogno soltanto di segnali di appartenenza, ma anche di segnali di identità. Si tratta di indizi tangibili e messaggi che disponiamo intorno a noi per rafforzare la nostra consapevolezza. Esprimono il nostro entusiasmo, i nostri hobby e i nostri risultati, la nostra creatività o un particolare senso dell’umorismo, o semplicemente ci ricordano i nostri cari. Questi segnali, a volte, hanno l’obiettivo di informare gli altri su chi siamo o vorremo essere, ma spesso sono rivolti a un pubblico più intimo: noi stessi.

Quando i ricercatori hanno esaminato gli ambienti dove operavano diversi professionisti, dagli ingegneri agli agenti immobiliari fino ai direttori creativi, hanno scoperto che un terzo dei segnali di identità erano visibili soltanto al loro soggetto. Questa percentuale è salita al 70 per cento passando agli oggetti il cui scopo era quello di ricordare ai possessori i propri valori e obiettivi personali. Perché abbiamo bisogno di vedere questi promemoria? Il nostro senso di autocoscienza può sembrare stabile e solido, ma in realtà è fluido e dipende dal mondo esterno. Le persone solitamente lo verificano quando viaggiano in un paese straniero, dove un ambiente poco familiare può creare un senso piacevole ma sfiancante di disorientamento. Nella nostra vita quotidiana sentiamo il bisogno di coltivare uno stabile senso di identità per lavorare in modo efficace, e gli oggetti personali che posizioniamo attorno a noi ci aiutano a raggiungere questo obiettivo.

I segnali di identità hanno anche un altro scopo. Ognuno di noi non ha soltanto un’identità, ma diverse: lavoratore, studente, fratello, coniuge, genitore, amico. I segnali nell’ambiente in cui ci troviamo evidenziano in modo particolare una di queste identità, con effetti concreti sul nostro comportamento e modo di pensare, spiega la psicologa Daphna Oyserman dell’università della Southern California. La ricerca di Oyserman suggerisce che qualsiasi identità preminente in un dato momento influenzi sia ciò a cui prestiamo attenzione sia ciò che scegliamo di fare. In un esempio lampante di questa dinamica, uno studio ha dimostrato che gli indizi che ricordano alle ragazze di origine asiatica la propria origine hanno migliorato i risultati dei soggetti nei test di matematica, mentre gli indizi relativi al genere sessuale ne hanno peggiorato i risultati. Per tutti noi gli oggetti su cui poggiamo lo sguardo ogni giorno rafforzano ciò che facciamo in un dato spazio e in un dato ruolo.

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