Come salvarsi dalla paura: ce lo insegnano i sumeri

“Il coraggio è una faticosa conquista quotidiana a cui si arriva affrontando il terrore”: pubblichiamo un estratto dall’articolo di Lucia Esposito su Libero Quotidiano, dove Giorgio Nardone, autore de Il coraggio di cambiare, spiega cos’è il coraggio e come affrontare la paura.

Diverse migliaia di anni fa i sumeri lo avevano capito così bene da scolpirlo perfino su una pietra: «La paura guardata in faccia si trasforma in coraggio, la paura evitata diventa timor panico». E noi invece siamo ancora qui, vittime del terrore che ci attanaglia e ci paralizza, incapaci di fronteggiare questo mostro dalle mille facce che si nasconde nelle pieghe dei nostri pensieri e prende ora la forma di un virus invisibile, ora quella di un missile nucleare. La pandemia, la guerra e poi le piccole grandi fobie che insidiano le nostre vite. «Tutti abbiamo paura e chi dichiara di non averne è solo un incosciente. La paura è la nostra emozione più importante, la più primitiva, quella che determina la gran parte delle nostre reazioni», rassicura lo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone, direttore del centro di terapia strategica di Arezzo che ha cominciato a studiare i disturbi legati alle fobie circa trent’anni fa e a quest’emozione ha dedicato anche il suo ultimo saggio – scritto con Robert Dilts – dal titolo Il coraggio di cambiare, sottotitolo: due lezioni per superare il timore del cambiamento e imparare a cogliere le opportunità.

Non credete ai supereroi senza macchia e senza paura perché il coraggio non esiste. «È solo una paura vinta», dice Nardone che passa ai raggi x quest’emozione dimostrando come non sia sempre e solo foriera di scenari sciagurati. «Tutti possiamo diventare coraggiosi se impariamo a guardare in faccia le nostre paure invece di evitarle ». Il coraggio è come un muscolo che va usato tutti i giorni altrimenti perde tonicità fino a sparire del tutto. La forza d’animo è una faticosa conquista quotidiana a cui si arriva affrontando il terrore. E sembra di sentire il povero, pavido, don Abbondio balbettare: «Il coraggio uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare». Leggendo il saggio di Nardone si scopre, invece, che la temerarietà la si può allenare ogni volta che, davanti a una paura, invece di bloccarci, di aggirare l’ostacolo, proviamo ad attraversarla. «Chi ha la fobia di parlare in pubblico tenderà a evitare di farlo. Il problema, però, è che la prima volta che aggiro l’ostacolo mi dico che mi sono salvato. Se sfuggo anche la volta dopo e poi quelle ancora successive, da un lato sto meglio, ma dall’altro la sensazione di paura aumenta. Evitare ciò che mi terrorizza fa crescere la paura e conferma dentro di me la mia incapacità».

Leggi l’articolo completo su Libero Quotidiano

Troppa dopamina meno felicità

Pubblichiamo l’estratto di un articolo di Giuliano Aluffi per Il Venerdì di Repubblica: la tesi di Anna Lembke nel suo libro L’era della dopamina.

Studi e sondaggi mostrano che in Occidente siamo, in media, meno felici rispetto a vent’anni fa, e ansia e depressione sono più diffuse nelle nazioni ricche che in quelle povere. Come si spiega il fatto che l’insoddisfazione sia cresciuta proprio dove c’è più benessere e abbondanza? “La risposta è nella nostra biologia, e in particolare nel modo in cui il nostro cervello gestisce il piacere e il dolore” spiega Anna Lembke, psichiatra e direttrice del centro per la cura delle dipendenze della Stanford University School of Medicine, autrice del saggio L’era della dopamina. Come mantenere l’equilibrio nella società del “tutto e subito” (ROI edizioni).

“Il piacere e il dolore sono regolati nella stessa parte del cervello, ed è come se occupassero i due lati opposti di un’altalena che il cervello si sforza, di continuo, di mantenere in equilibrio” spiega Lembke. La chiave di tutto è la dopamina, che è un neurotrasmettitore, ovvero una sostanza chimica che agisce da messaggero tra i neuroni, permettendo loro di scambiarsi i messaggi chimici utili a coordinarsi e a lavorare insieme. Ogni esperienza gratificante, come il mangiare un biscotto o vedere una notifica WhatsApp dalla persona amata, provoca un picco di dopamina rilasciata in una parte del cervello detta “circuito della ricompensa” (che collega l’area tegmentale ventrale, il nucleo accumbens e la corteccia prefrontale, ndr). E l’altalena piacere-dolore si inclina sul lato del piacere.

“Oggi sappiamo che quanto più, e quanto più rapidamente, una sostanza o un’esperienza provoca rilascio di dopamina in questo circuito, tanto più crea dipendenza” spiega Lembke. “Perché una volta che l’altalena è inclinata sul lato del piacere, il cervello per ripristinare l’equilibrio produce uno stimolo uguale ed opposto – e quindi doloroso – alla sensazione provata: questo stimolo è il senso di privazione che subentra al piacere del primo biscotto e ci fa desiderare di mangiarne un altro. È un meccanismo che si è radicato in noi con l’evoluzione, utile a far sì che lo stato di euforia indotto da un’esperienza piacevole si esaurisca presto, così che si rimanga sempre motivati a fare ciò che favorisce la sopravvivenza della specie: cercare altro cibo, accoppiarsi, fare gruppo con gli altri per essere protetti”.

Dopamina tiranna. Troppo piacere fa male

Pubblichiamo un estratto dell’intervista ad Anna Lembke in occasione dell’uscita del suo libro L’era della dopamina, realizzata per La Lettura, da Federica Colonna.

Umani, abbiamo un problema: siamo troppo bravi ad evitare il dolore. Abbiamo risposto così bene alla sfida del perseguimento del piacere da aver trasformato un mondo caratterizzato dalla scarsità in un ambiente in cui siamo sopraffatti dall’abbondanza. Il piacere è dovunque e il nostro cervello è facile preda della dipendenza. Lo spiega Anna Lembke, docente di psichiatria della Standford University, in L’era della dopamina, volume nel quale lancia l’allarme: siamo cactus nella foresta pluviale.

Professoressa, che cosa significa? Qual è l’effetto della super-accessibilità delle fonti di piacere sulle persone?
Il nostro cervello si è evoluto nel corso di milioni di anni nel tentativo di avvicinarci al piacere ed allontanarci dal dolore. Questo circuito primitivo, in gran parte invariato, è adatto a un mondo di scarsità, non di sovrabbondanza, come quello in cui viviamo e che abbiamo trasformato al punto di rendere le sostanze e i comportamenti in grado di procurarci benessere disponibili al tocco di un dito. Il risultato è che siamo circondati dal piacere: il nostro cervello si sta arrovellando per adattarsi al nuovo ecosistema, spesso senza successo. Il risultato è visibile nel crescente tasso di dipendenze e nell’aumento della depressione e dell’ansia, legate al tentativo del cervello di controbilanciare la grande quantità di piacere. Siamo tutti simili a cactus, nati per vivere in un clima arido cerchiamo di sopravvivere in un ambiente inzuppato d’acqua.

Lei considera mentori contemporanei le persone uscite da una dipendenza grave. Eppure sono spesso considerate reiette, pecore nere da non invitare al pranzo della domenica. Che cos’hanno da insegnarci e perché?
Siamo tutti alle prese con piccole dipendenze, dal controllo compulsivo dello smartphone al consumo eccessivo di zucchero. Le persone in recupero da dipendenze severe per sopravvivere hanno dovuto trovare il modo di navigare in un ecosistema colmo di dopamina. La loro saggezza è maturata con l’esperienza che può servire da guida per tutti noi, hanno imparato trucchetti per la vita quotidiana per riuscire a evitare sostanze e comportamenti in grado di creare assuefazione.

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