Perché siamo drogati di dopamina

Pubblichiamo un estratto dell’intervista alla dottoressa psichiatra Anna Lembke a cura di Lorenza Guidotti per Starbene, in cui spiega il concetto alla base del suo nuovo libro, L’era della dopamina: l’effetto della dopamina sul nostro cervello. “Più cerchiamo il piacere in modo compulsivo più proviamo dolore”.

Nella società del ” tutto e subito”, abbiamo a disposizione qualsiasi cosa desideriamo, ma non è mai abbastanza: vogliamo sempre di più. Ogni giorno il numero e la varietà di stimoli gratificanti è in crescita: cibo, notizie, shopping, gaming, sesso, social… «Non c’è che da scegliere la nostra droga preferita», suggerisce Anna Lembke, docente di psichiatria alla Stanford University School of Medicine e direttrice della Stanford Addiction Medicine Dual Diagnosis Clinic negli Stati Uniti. «Una volta la nostra vita era caratterizzata dalla scarsità, ora trabocca di abbondanza. Questo ha compromesso l’equilibrio tra piacere e dolore nell’esistenza di ognuno di noi. Il risultato? Un rilevante aumento delle dipendenze.

In che modo?

Le sostanze e i comportamenti che provocano una sensazione di euforia o di benessere – e che spesso sono strettamente legati all’uso di alcol, tabacco, videogiochi, gioco d’azzardo – aumentano il rilascio di dopamina nel circuito della ricompensa del cervello.

Cos’è il circuito della ricompensa cerebrale e perché è importante?

Funziona in questo modo: le principali cellule funzionali del cervello sono chiamate neuroni. Comunicano tra loro, nelle sinapsi, attraverso segnali elettrici e neurotrasmettitori. Quest’ultimi sono come palle da baseball: il lanciatore è il neurone pre-sinaptico, il ricevitore è il neurone post-sinaptico, la dopamina è la palla che viene lanciata da uno all’altro. Questo neurotrasmettitore è importante perché agisce sulla motivazione a ottenere un piacere. Agisce sul desiderio quindi, più che sul raggiungimento della gratificazione in sé. Più il cervello ne produce, più sviluppiamo una dipendenza. Un esperimento sui topi ha dimostrato che il cioccolato produce nel cervello dei topi un aumento della produzione del neurotrasmettitore pari al 55%, il sesso del 100%, la nicotina del 150% e la cocaina del 225%. L’anfetamina presente nelle droghe che si vendono in giro o in alcuni farmaci utilizzati per curare i disturbi da deficit di attenzione, del 1000%. In pratica una pipa di metanfetamine equivale a 10 orgasmi.

Quindi siamo tutti destinati a diventare dipendenti da qualcosa?

No, ma occorre stare in guardia. Il cervello elabora sia il piacere sia il dolore nelle stesse strutture neurali ma le due sensazioni funzionano come fattori opposti per mantenere l’equilibrio. Mi spiego meglio: possiamo immaginare il meccanismo che regola la sensazione di piacere e dolore come un’altalena. Quando è in equilibrio, la barra dell’altalena è piatta. Quando iniziamo a desiderare qualcosa molto ardentemente, la dopamina inizia a essere rilasciata nel circuito della dipendenza e l’altalena inizia a pendere dalla parte del piacere. Più è veloce questo processo, maggiore è la gratificazione che proviamo. Occorre sottolineare una caratteristica importante di questa bilancia: il cervello non ama le condizioni di squilibrio, a maggior ragione se perdurano per molto tempo. Quindi, ogni volta che la barra si sposta sul lato del piacere, entrano in gioco meccanismi di autoregolazione volti a ristabilire la condizione originaria. Nel momento di massimo piacere possiamo immaginare un gruppo di piccoli gremlin che saltano sul versante del dolore della barra per riportare l’asse in equilibrio.

Leggi l’articolo completo su Starbene

Non limitatevi ai fatti. Raccontate una storia!

Il marketing racconta balle

Crediamo tutti in cose che non sono vere. O per dirla in altri termini: molte cose sono vere solo perché ci crediamo. Le idee contenute in questo libro hanno fatto eleggere un presidente, fatto crescere associazioni non profit, creato miliardari e alimentato interi movimenti. Hanno anche portato a lavori grandiosi, appuntamenti divertenti e a qualche interazione che ha avuto una certa rilevanza. Ho visto questo libro nei quartieri generali di campagne politiche e a conferenze evangeliche. Ho anche ricevute email da persone che lo avevano letto e ne avevano applicato le idee in Giappone, nel Regno Unito e, sì, persino ad Akron, nell’Ohio.

Queste idee funzionano perché sono strumenti semplici per capire cosa accade quando le persone si imbattono in voi o nella vostra organizzazione. Ecco un riassunto della prima parte: crediamo tutti a ciò che vogliamo credere e, una volta che abbiamo preso una cosa per buona, diventa una realtà che si autodetermina. (Saltate avanti di qualche paragrafo per leggere la seconda parte, più critica, del riassunto.) Se siete convinti che il vino più costoso sia più buono, allora lo sarà. Se siete convinti che la vostra nuova capa sia più efficace, allora lo sarà. Se amate la tenuta di strada di un’auto, allora vi divertirete a guidarla.

Sembra un principio ovvio, ma se davvero lo è perché ancora tanti lo ignorano? Lo ignorano i professionisti del marketing, lo ignorano i comuni consumatori e lo ignorano persino i nostri leader. Se andiamo al di là del mero soddisfacimento dei bisogni, ci addentriamo nel complesso territorio del soddisfacimento dei desideri. E questi sono difficili da misurare e difficili da comprendere. Il che fa del marketing l’affascinante esercizio intellettuale che è. Ma ecco la seconda parte del riassunto: quando siete presi dal raccontare storie a un pubblico che vuole ascoltarle, sarete tentati di raccontare storie che non reggono. Bugie. Inganni. C’è stato un tempo in cui questo tipo di storytelling funzionava piuttosto bene. Joe McCarthy è diventato famoso per le bugie sulla “minaccia comunista”. Le aziende di acqua in bottiglia hanno fatto miliardi mentendo sulla maggior purezza del loro prodotto rispetto all’acqua del rubinetto nella maggior parte dei Paesi sviluppati.

Paolo Nespoli: vita, imprese (e gaffe) di AstroPaolo

ROI Edizioni Paolo Nespoli

Il Corriere della Sera svela un assaggio della vita e dei racconti di Farsi spazio, il nuovo libro di Paolo Nespoli. Dal 38 alla maturità fino alla Nasa: «Sullo Space Shuttle schiacciai per errore il pulsante rosso d’emergenza. Ma finì bene». Pubblichiamo una parte dell’articolo di Riccardo Bruno.

Sul joystick che pilotava lo Space Shuttle c’era un pulsante rosso. Andava usato in casi di estrema urgenza, quando tutti i tentativi erano falliti. Praticamente non andava mai premuto. «Naturalmente io l’ho schiacciato, accidentalmente ma l’ho schiacciato». Per fortuna era una simulazione, ma l’aspirante astronauta Paolo Nespoli poteva pagarla cara. Anche la carriera di un extraterrestre, tre viaggi in orbita, 313 giorni nello Spazio, è segnata da intoppi, momenti complicati e qualche errore. Una vita che AstroPaolo, 63 anni, ricostruisce nel suo ultimo libro Farsi spazio (Roi Edizioni). Un racconto sincero su come è riuscito a essere fedele alla risposta che diede a 12 anni. «Che cosa farò da grande? L’astronauta».

Anche se non sempre il buongiorno si vede dal mattino. L’uscita dal liceo scientifico non è brillantissima. Durante l’esame si mette a battibeccare con il presidente della commissione. Voto finale: 38 su 60. «Ero un diplomato “scarso”, di risulta. Due punti soltanto sopra il minimo che mi concesse non mancando di chiosare che quel voto mi avrebbe penalizzato per tutta la vita e insegnato a trattare con il potere costituito». Il giovane Nespoli è un «ribelle incallito», ma fa anche il chierichetto e l’animatore di oratorio. «Insomma ero Dottor Jekyll e Mr. Hyde».

Parte come militare di leva, diventa istruttore paracadutista, poi incursore nelle Forze speciali, sminatore in Libano. Periodo di formazione, ma non un mondo ideale. «All’epoca, fine anni Settanta — ricorda — le prevaricazioni dei nonni sulle reclute erano ben lontane dall’essere non dico debellate, ma anche solo biasimate». E ancora, a proposito dei corsi a Torino e a Cesano: «Nove mesi che mi regalarono un ulteriore assaggio se mai ne avessi avuto bisogno, di quanto ottusa, vessatoria e distaccata dalla realtà potesse essera la vita nell’esercito di allora».

È però anche occasione per incontri straordinari, come quello, proprio in Libano, con Oriana Fallaci, di cui da ragazzino aveva letto il libro sugli astronauti americani, la quale lo spinge a non abbandonare il suo sogno da bambino. Così, con i soldi messi da parte, si mette in aspettativa. Va a New York, impara l’inglese e si laurea in ingegneria aerospaziale. E grazie a un collega di corso ha un aggancio per entrare alla Nasa.

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