Imparare a “litigare bene”

Pubblichiamo, a poche settimane dall’uscita del libro, l’estratto di un’intervista per Starbene di Sebastiano Zanolli, autore di Guerra o pace, a cura di Lorenza Guidotti.

Litigare non è il peggiore dei mali: dobbiamo solo imparare a farlo senza trasformare il nostro interlocutore nel più acerrimo nemico.
Sebastiano Zanolli, esperto di gestione del cambiamento e risoluzione dei conflitti, ci offre una cassetta degli attrezzi per riconsiderare la diversità di chi ci sta intorno come una ricchezza.

In che modo il Covid e ora la guerra stanno creando un pensiero unico, in cui gli schieramenti sono sempre più faziosi?

Diciamo che la pandemia e adesso la guerra filtrate attraverso i social media, macchine da business che confondiamo con la vita sociale, diventano un terreno fertile per polarizzare le posizioni. Un atteggiamento che rifugge ogni tipo di mediazione, diventando pensiero unico, senza possibilità di discussione. Gli algoritmi che regolano i social media su cui passiamo diverse ore al giorno decidono cosa vediamo e leggiamo, ci fanno sentire informati e competenti su parecchi temi ma in realtà hanno una grande capacità di manipolazione dell’opinione pubblica. Invece di spingerci a cercare un confronto sereno e aperto con il prossimo, ci isolano e ci rendono impermeabili alla comprensione degli altri.

Ma perché litighiamo?

L’innesco di ogni conflitto è la ricerca di un interesse personale, a livello individuale e professionale. Tendenzialmente litighiamo perché vogliamo affermare la posizione che crediamo più giusta e ragionevole: e, in tutto questo, il nostro ego e le nostre emozioni svolgono un ruolo importante su come andrà la discussione. La prima domanda da farsi quindi è: qual è lo scopo di questa discussione, il risultato o la mia voglia di avere ragione? Discutere è naturale, farlo in modo costruttivo richiede attenzione e apprendimento. Secondo Richard Walter Wrangham, antropologo e primatologo, gli esseri umani tendono naturalmente alla cooperazione: i suoi studi rivelano che i nostri antenati cacciatori-raccoglitori tendevano a isolare gli individui più violenti e aggressivi, io sono convinto che il fattore chiave per la nascita e il successo della nostra specie dipenda dalla nostra capacità di collaborazione.

Come si impara a “litigare bene”?

Innanzitutto occorre allenarsi all’ascolto. Per riuscirci bisogna fare tabula rasa dei pregiudizi (bias) che ci portiamo sulle spalle. Ce ne sono di diversi tipi, tra i più comuni c’è il bias di assimilazione che fa sì che si cerchino argomenti per confermare le proprie opinioni senza ragionare sulle proposte altrui. O ancora, il bias di fazione: l’unico obiettivo è essere valutati positivamente dal proprio gruppo senza prestare attenzione alle argomentazioni di chi abbiamo davanti, oppure il bias dell’ancoraggio: è la tendenza ad affidarsi in modo totale alla prima informazione e rimanervi agganciati a qualunque costo. Sono solo alcuni esempi di come un certo atteggiamento ci impedisce di porci di fronte all’interlocutore con attenzione e rispetto. È necessario invece prendere le distanze dal proprio stato emotivo del momento, aprirsi a un ascolto autentico e curioso e mettere sul piatto le finalità e gli interessi condivisi che possono portare a una mediazione.

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Sebastiano Zanolli. Il conflitto genera energia ma servono ascolto e rispetto.

A poche settimane dall’uscita del nuovo libroGuerra o pacedi Sebastiano Zanolli, pubblichiamo una sua intervista per Il Giornale di Vicenza, a Stefano Tomasoni.

Se vuoi la pace non preparare la guerra, prepara il conflitto. Ma preparalo bene, in modo che diventi occasione di confronto costruttivo. Perché guerra e conflitto sono cose diverse: la prima è fatta con la volontà di annientare un nemico, il secondo serve a mettersi in discussione per trovare soluzioni condivise. Sebastiano Zanolli, bassanese, esperto di gestione del cambiamento, muove da questo assunto per sviluppare il tema alla base del suo ultimo libro dal titolo e dal contenuto mai così attuale e adatto ai tempi: “Guerra o pace” (ROI Edizioni, 180 pagine). Il libro sarà presentato oggi, 4 maggio, a Valdagno (Palazzo Festari, alle 20.30) con il team Guanxinet.

Zanolli, lei per mestiere lavora nelle aziende sul piano della motivazione: perché ha sentito il bisogno di parlare di guerra, di conflitto e di pace?
Perché negli ultimi anni ho notato che sempre di più le aziende mi chiamavano per problemi che avevano a che fare con la conflittualità tra le persone. Mi sono chiesto: ma è poi vero che in azienda dev’esserci sempre un’atmosfera di letizia e armonia come se fossimo in un monastero? Nessuno dice che debba esserci troppa tensione, ma nemmeno troppo poca, perché altrimenti non si generano soluzioni creative.

E il tema del conflitto come porta al titolo, “Guerra o pace”?
Il libro è stato stampato prima che iniziasse la guerra in Ucraina. Ho pensato di intitolarlo così perché la parola conflitto viene spesso usata in alternativa alla parola guerra, invece sono concetti diversi. La guerra prevede la distruzione dell’avversario, a volte anche a scapito della propria stessa incolumità. Il conflitto invece è una situazione che può essere di attrito, ma in quanto tale genera un’energia che, se ben diretta, può essere usata per comprendere le istanze delle parti e generare una soluzione addirittura migliorativa.

A quali condizioni il conflitto diventa positivo?
Le condizioni sono quelle dell’ascolto e del rispetto della parte antagonista, accettando una regola aurea: non faccio nulla che non vorrei fosse fatto a me. Ecco allora che nel conflitto si cresce e si migliora. Senza dare per assodato che tu abbia torto. Oggi invece siamo in una società che tende a creare fazioni che si danno continuamente ragione e tendono a screditare la controparte.

Succede in particolare nei social, dove il “tutti contro tutti” è ormai la regola.
Si tratta di un conflitto disfunzionale perché non permette la creazione di alcunché di nuovo. Oggi è più facile che questo avvenga proprio per via degli strumenti nuovi che creano situazioni di eco, nelle quali si parla soltanto con quelli che la pensano allo stesso nostro modo.

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Non limitatevi ai fatti. Raccontate una storia!

Il marketing racconta balle

Crediamo tutti in cose che non sono vere. O per dirla in altri termini: molte cose sono vere solo perché ci crediamo. Le idee contenute in questo libro hanno fatto eleggere un presidente, fatto crescere associazioni non profit, creato miliardari e alimentato interi movimenti. Hanno anche portato a lavori grandiosi, appuntamenti divertenti e a qualche interazione che ha avuto una certa rilevanza. Ho visto questo libro nei quartieri generali di campagne politiche e a conferenze evangeliche. Ho anche ricevute email da persone che lo avevano letto e ne avevano applicato le idee in Giappone, nel Regno Unito e, sì, persino ad Akron, nell’Ohio.

Queste idee funzionano perché sono strumenti semplici per capire cosa accade quando le persone si imbattono in voi o nella vostra organizzazione. Ecco un riassunto della prima parte: crediamo tutti a ciò che vogliamo credere e, una volta che abbiamo preso una cosa per buona, diventa una realtà che si autodetermina. (Saltate avanti di qualche paragrafo per leggere la seconda parte, più critica, del riassunto.) Se siete convinti che il vino più costoso sia più buono, allora lo sarà. Se siete convinti che la vostra nuova capa sia più efficace, allora lo sarà. Se amate la tenuta di strada di un’auto, allora vi divertirete a guidarla.

Sembra un principio ovvio, ma se davvero lo è perché ancora tanti lo ignorano? Lo ignorano i professionisti del marketing, lo ignorano i comuni consumatori e lo ignorano persino i nostri leader. Se andiamo al di là del mero soddisfacimento dei bisogni, ci addentriamo nel complesso territorio del soddisfacimento dei desideri. E questi sono difficili da misurare e difficili da comprendere. Il che fa del marketing l’affascinante esercizio intellettuale che è. Ma ecco la seconda parte del riassunto: quando siete presi dal raccontare storie a un pubblico che vuole ascoltarle, sarete tentati di raccontare storie che non reggono. Bugie. Inganni. C’è stato un tempo in cui questo tipo di storytelling funzionava piuttosto bene. Joe McCarthy è diventato famoso per le bugie sulla “minaccia comunista”. Le aziende di acqua in bottiglia hanno fatto miliardi mentendo sulla maggior purezza del loro prodotto rispetto all’acqua del rubinetto nella maggior parte dei Paesi sviluppati.

Paolo Nespoli: vita, imprese (e gaffe) di AstroPaolo

ROI Edizioni Paolo Nespoli

Il Corriere della Sera svela un assaggio della vita e dei racconti di Farsi spazio, il nuovo libro di Paolo Nespoli. Dal 38 alla maturità fino alla Nasa: «Sullo Space Shuttle schiacciai per errore il pulsante rosso d’emergenza. Ma finì bene». Pubblichiamo una parte dell’articolo di Riccardo Bruno.

Sul joystick che pilotava lo Space Shuttle c’era un pulsante rosso. Andava usato in casi di estrema urgenza, quando tutti i tentativi erano falliti. Praticamente non andava mai premuto. «Naturalmente io l’ho schiacciato, accidentalmente ma l’ho schiacciato». Per fortuna era una simulazione, ma l’aspirante astronauta Paolo Nespoli poteva pagarla cara. Anche la carriera di un extraterrestre, tre viaggi in orbita, 313 giorni nello Spazio, è segnata da intoppi, momenti complicati e qualche errore. Una vita che AstroPaolo, 63 anni, ricostruisce nel suo ultimo libro Farsi spazio (Roi Edizioni). Un racconto sincero su come è riuscito a essere fedele alla risposta che diede a 12 anni. «Che cosa farò da grande? L’astronauta».

Anche se non sempre il buongiorno si vede dal mattino. L’uscita dal liceo scientifico non è brillantissima. Durante l’esame si mette a battibeccare con il presidente della commissione. Voto finale: 38 su 60. «Ero un diplomato “scarso”, di risulta. Due punti soltanto sopra il minimo che mi concesse non mancando di chiosare che quel voto mi avrebbe penalizzato per tutta la vita e insegnato a trattare con il potere costituito». Il giovane Nespoli è un «ribelle incallito», ma fa anche il chierichetto e l’animatore di oratorio. «Insomma ero Dottor Jekyll e Mr. Hyde».

Parte come militare di leva, diventa istruttore paracadutista, poi incursore nelle Forze speciali, sminatore in Libano. Periodo di formazione, ma non un mondo ideale. «All’epoca, fine anni Settanta — ricorda — le prevaricazioni dei nonni sulle reclute erano ben lontane dall’essere non dico debellate, ma anche solo biasimate». E ancora, a proposito dei corsi a Torino e a Cesano: «Nove mesi che mi regalarono un ulteriore assaggio se mai ne avessi avuto bisogno, di quanto ottusa, vessatoria e distaccata dalla realtà potesse essera la vita nell’esercito di allora».

È però anche occasione per incontri straordinari, come quello, proprio in Libano, con Oriana Fallaci, di cui da ragazzino aveva letto il libro sugli astronauti americani, la quale lo spinge a non abbandonare il suo sogno da bambino. Così, con i soldi messi da parte, si mette in aspettativa. Va a New York, impara l’inglese e si laurea in ingegneria aerospaziale. E grazie a un collega di corso ha un aggancio per entrare alla Nasa.

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