Cultura di squadra

Storie di storie

Fra una crisi di governo, con le comunità di tifosi un po’ distratte da una imminente campagna elettorale balneare, Presidenti e direttori sportivi di calcio sono nella centrifuga delle operazioni di mercato, nel pieno della costruzione di squadre a cui verranno affidati obiettivi ben precisi e che dovranno trasformare ingenti investimenti economici in risultati sul campo. I giocatori si scelgono per qualità tecnica, per la capacità di interpretare i moduli tattici dei Mister che li alleneranno, qualche volta perché la loro personalità può far fare un salto di qualità alla squadra (ricordati i sorrisetti per l’arrivo del “vecchio” Ibra?). Si valuta il loro stato di salute, la loro tecnica individuale, l’eventuale predisposizione agli infortuni, ma c’è un aspetto che viene inesorabilmente trascurato: il loro background culturale.

Non mi riferisco a capacità intellettuali o al titolo di studio, proprio no. Mi riferisco ai modelli culturali a cui quegli atleti fanno riferimento, succhiati nel latte materno. In un campionato dove, per varie ragioni (anche di vantaggio fiscale) gli italiani spesso sono in nettissima minoranza e le squadre sono un guazzabuglio di atleti delle più svariate nazionalità, la comunicazione nel rispetto delle differenze culturali può diventare un elemento decisivo per far esplodere una squadra (sia nel senso positivo che in quello negativo, naturalmente).

Il mio consiglio a tecnici e direttori sportivi è un libro utile a migliorare le proprie competenze manageriali: Erin Meyer, La mappa delle culture. Come le persone pensano, lavorano, e comunicano nei vari Paesi (Roi Edizioni, 2021). Il rispetto verso un leader in Danimarca o in Nigeria è completamente diverso, la percezione del ritardo in Giappone non ha nulla a che fare con quella messicana, il rispetto della gerarchia negli Usa è molto diverso da quello in Germania. Naturalmente non ci sono culture “superiori” o “inferiori” e uscire dal giudizio permette di accorgersi che ogni cultura ha le sue ragioni, la sua “intelligenza”, i suoi punti di forza. Saperli mixare bene in una squadra, luogo multiculturale per eccellenza, può essere predittivo di un successo.

Leggi l’articolo completo su Il Foglio

La riscoperta dell’amore per l’ascolto

Pubblichiamo la prefazione di Pablo Trincia a Podcast di Damiano Crognali, sul nuovo rinascimento dell’audio.

Fino all’autunno del 2014 non avevo la minima idea di cosa fossero i podcast. Sapevo solo che erano la trasposizione su Internet di un programma radiofonico e che qualche appassionato si faceva il suo podcast personale da casa, con un microfono artigianale, e lo condivideva su piattaforme di nicchia. Poi il pomeriggio del 13 novembre, mentre sbirciavo il profilo Twitter di uno dei miei giocatori di basket americani preferiti, ho notato che aveva postato un link a quella che definiva una serie “altamente consigliata”. Incuriosito, ci ho cliccato su. E così ho scoperto la prima serie audio della mia vita, Serial, dodici puntate da un’ora l’una che ricostruivano un cold case di fine anni Novanta a Baltimora.

È stato subito amore. Ho riscoperto quanto è bello ascoltare e basta, cosa non scontata per me che, invece, lavoravo con il video. Ho ritrovato il piacere di usare l’immaginazione per ricreare nella testa volti e mondi che mi venivano raccontati e che non sentivo poi l’esigenza di dover vedere, perché nella mia mente avevano già una forma perfetta: quella che gli avevo dato io. Ho adorato questa forma di narrazione orale, così antica, così primordiale, così insita nel nostro DNA e nella nostra infanzia di suoni e parole. Nel giro di pochissimo tempo, ne ho scoperto il tremendo potenziale. Anche in questo caso tutto passava dal telefono e dalle cuffiette e anzi, rispetto al video, l’audio si poteva sentire in mille momenti morti della giornata, mentre si facevano mille altre cose. Affamato di questo nuovo genere, ho cercato altri prodotti come Serial. E ho scoperto un mondo di programmi on demand, dalle true crime ai talk, passando per podcast di storia, scienza, cultura.

Quante cose si potevano apprendere guidando, cucinando, correndo o stando seduti su un treno o sdraiati a letto! E quanto erano più economici i podcast da produrre per noi autori, rispetto alle serie video, così care e per così pochi eletti! Ecco finalmente un nuovo terreno su cui esprimersi. E così mi ci sono buttato anch’io, anima e corpo. Perché da quel novembre di ormai sei anni fa ho capito che questo genere può diventare una delle nuove evoluzioni del modo di fare comunicazione. E il tempo sembra darmi e darci ragione. Sempre più popolari, sempre più seguiti, sempre più amati. Abbiamo ritrovato l’amore per l’ascolto. Ora, però, dobbiamo lottare per tenerci stretti i nostri nuovi ascoltatori.

Flow, un viaggio interiore verso il proprio sé più autentico

Mihály Csíkszentmihályi

La ricerca del benessere interiore: uno scopo, una missione, un valore che ha sempre mosso l’individuo nel corso dei secoli. Questo libro parla di felicità, di espressione del potenziale, di spinta al miglioramento e di tutti quegli aspetti dell’esperienza umana che Csíkszentmihályi riassume sotto la voce di flow. Il flow come sensazione di pieno coinvolgimento nella vita, dunque, ma anche come stato di coscienza imprescindibile per la nostra autorealizzazione. Un concetto che l’autore ha voluto presentare con un linguaggio accessibile a qualsiasi lettore, uno stile narrativo che unisce teoria e pratica attraverso esempi di chi ha fatto di tale esperienza un’occasione di crescita, di arricchimento e di scoperta del nuovo.

Questo volume analizza come e perché una buona consapevolezza di sé stia alla base delle cosiddette “esperienze di qualità”, ossia di quei flussi di coscienza in cui l’individuo diviene un tutt’uno con l’azione che esegue e con l’obiettivo che intende perseguire, dimenticandosi del resto e, nondimeno, dello scorrere del tempo. Una condizione che ancora oggi, e soprattutto oggi, ci è utile sperimentare nella vita personale così come in quella professionale. In una realtà sempre più incerta, volatile e soggetta a repentini cambiamenti come quella odierna, assume infatti più che mai importanza la spinta a confrontarci con scenari nuovi e stimolanti nei quali avvertire e ricercare un perfetto stato di equilibrio tra le nostre risorse e le richieste dell’ambiente, quell’equilibrio che ci aiuterebbe a sentirci comodi ma non troppo e pienamente coinvolti in tutto ciò che facciamo. Un processo dinamico, insomma, dove l’individuo è continuamente chiamato ad affrontare e dirigersi verso sfide e prospettive che prevengano la minaccia dell’ansia e dello stress o, viceversa, il rischio di un’esistenza monotona oppure, ancora, lo spettro di non sapersi rialzare dopo un fallimento, immergendosi così in un flusso in cui il suo agire non diventi solo funzionale al conseguimento di un qualche obiettivo, ma anche piacevolmente fine a se stesso.

Le 3 regole di Marie Forleo per cambiare lavoro e ricostruirsi professionalmente dopo il lockdown

Marie Forleo (Jenny Anderson Phhotography)

La Repubblica racconta le 3 regole per reinventarsi secondo Marie Forleo, l’autrice di A tutto c’è una soluzione. Pubblichiamo una parte dell’articolo di Benedetta Perilli.

Ha lavorato come barista a Manhattan ma anche pulito i bagni, ha abbandonato una brillante carriera da floor trading alla borsa di New York, è diventata coreografa per Mtv senza aver mai preso una lezione di danza. Oggi quella che Oprah Winfrey definisce “una delle pensatrici più influenti della nuova generazione” è una imprenditrice milionaria che ha racchiuso i suoi consigli in un libro. Ovviamente best seller

Da bambina trascorreva le domeniche insieme alla madre tagliando dai giornali i coupon degli sconti, da giovane ha lavorato come barista nei migliori ristoranti di Manhattan ma anche pulito i bagni, ha abbandonato un brillante carriera da floor trading alla borsa di New York per poi diventare editor per Condé Nast, insegnante di Hip Hop e coreografa per Mtv senza aver mai preso una lezione di danza. Oggi è una imprenditrice milionaria che si è fatta da sola, scrittrice best seller della classifica del New York Times, a Marie Forleo ha 45 anni, viene dal New Jersey, e non fa miracoli. Il suo successo l’ha costruito su una semplice convinzione: a tutto c’è una soluzione.

Questa frase, pronunciata per la prima volta dalla madre – donna con “la tenacia di un bull dog” – è diventata un mantra e ora anche il titolo del suo ultimo libro che arriva in Italia per ROI edizioni, un manuale tra autobiografia e coaching con soluzioni pratiche ed esercizi per chi vuole cambiare vita, lavoro, gestire meglio le finanze, lasciare una cattiva abitudine.

Con l’ottimismo Marie ha chiuso una relazione violenta, vinto borse di studio, risanato un importante debito e a 23 anni fondato la Marie Forleo International. Richard Branson l’ha voluta come formatrice per il suo Centre for Entrepreneurship e oggi è la creatrice e protagonista della trasmissione online Marie Tv, con oltre 50 milioni di views, e di un podcast.

I suoi consigli ad alcuni potranno sembrare banali ma la storia della sua vita dimostra che, almeno su di lei, hanno funzionato. Per questo, in un momento di crisi e grandi incertezze come quello che stiamo vivendo in seguito alla pandemia da coronavirus, secondo noi vale la pena leggerli. Ma non basta, come spiega Forleo “nessuna delle proposte funzionerà se non la metterete in pratica. Provate le idee, i suggerimenti e le azioni indicate per almeno trenta giorni”.

Per i lettori di Repubblica Marie Forleo ha accettato di stilare un percorso in tre domande per creare una nuova normalità dopo lo stop forzato della quarantena. Dedicato a chi ha perso il lavoro, a chi non ha ancora ricevuto la cassa integrazione, a chi sente di non potercela fare, a chi vuole trasformare questo momento in una opportunità.

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Marie Forleo (Jenny Anderson Phhotography)

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