Il posto in cui lavoriamo influisce su come lavoriamo

In occasione dell’uscita del suo libro La mente estesa per ROI Edizioni, pubblichiamo un precedente articolo di Annie Murphy Paul, tradotto da Andrea Sparacino per Internazionale. “La nostra cognizione è distribuita in tutto l’ambiente” e per questo diventa fondamentale creare un luogo di lavoro che ci aiuti a pensare.

Nell’estate del 2001 Sapna Cheryan si era appena laureata e cercava un tirocinio in una azienda tecnologica della Bay Area, in California. Oggi ricorda che una società, in particolare, aveva un ambiente di lavoro che somigliava allo scantinato di un maniaco dei computer, con pupazzetti e pistole Nerf e un modello del Golden Gate costruito con lattine di bibite. A Cheryan sembrava che il contesto fosse ideato per promuovere un’idea discriminante del dipendente ideale dell’azienda. Come giovane donna di colore, Cheryan si sentì poco accettata, persino respinta. E così preferì un’altra azienda, con un ambiente di lavoro luminoso e accogliente. Cinque anni dopo, la tappa successiva della carriera di Cheryan fu l’università di Stanford, in California, dove cominciò un dottorato sui segnali concreti che influiscono sul modo in cui pensiamo e ci sentiamo. Come Cheryan, un numero sempre maggiore di psicologi e scienziati cognitivi contesta l’idea secondo cui il cervello umano è simile a un computer. I computer sono indifferenti all’ambiente circostante. Un laptop funziona sempre nello stesso modo, che si trovi in un ufficio dalle luci fosforescenti o in un parco. Lo stesso non si può dire del cervello umano. Cheryan e altri ricercatori hanno dimostrato che le performance del cervello sono estremamente sensibili al contesto in cui l’individuo opera.

Queste ricerche appaiono particolarmente rilevanti nel momento attuale. Durante la pandemia molti di noi sono stati improvvisamente costretti a lavorare e studiare in ambienti diversi dal solito, e così l’effetto del contesto è finito al centro dell’attenzione. Ora, mentre alcuni di noi stanno per tornare in ufficio o a scuola, abbiamo l’opportunità di ripensare questi spazi seguendo le scoperte dei ricercatori. Se coglieremo l’occasione, potremo notare grandi cambiamenti.

Ispirata delle proprie esperienze, Cheryan ha concentrato la sua ricerca su un aspetto particolare dell’ambiente circostante, ovvero quelli che gli psicologi chiamano segnali di appartenenza. Si tratta di segnali incorporati nello spazio che ci circonda che comunicano agli occupanti se sono ben accetti o meno. In un esperimento Cheryan e i suoi colleghi hanno utilizzato una parte dell’edificio dell’università di Stanford dedicato all’informatica per creare due diverse aule, che hanno chiamato aula stereotipica e aula non-stereotipica. La prima era piena di poster di Star Trek e Star Wars, libri di fantascienza e lattine di bibite. Nella seconda c’erano poster naturalistici, romanzi classici e bottiglie d’acqua.

Dopo aver trascorso pochi minuti nell’aula stereotipica, i laureandi maschi bianchi hanno manifestato un elevato livello di interesse rispetto alla ricerca informatica. Le studenti erano meno interessate, ma la loro curiosità è cresciuta notevolmente (superando quella degli uomini) dopo aver trascorso un po’ di tempo nell’aula non-stereotipica. Le successive ricerche di Cheryan hanno dimostrato che le studenti esposte a un’aula virtuale non-stereotipica manifestavano una maggiore fiducia nelle loro potenzialità informatiche rispetto a quelle che erano state esposte all’aula stereotipica. Gli studenti maschi, invece, hanno manifestato la tendenza ad avere fiducia nel proprio successo a prescindere dall’aula. Si tratta di un elemento cruciale. “Dalle ricerche passate sappiamo che la fiducia nei propri risultati in un ambiente può determinare la performance del soggetto”, ha spiegato Cheryan in una conferenza TEDx.

Professione podcaster: guadagnare creando podcast

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Damiano Crognali, in occasione dell’uscita del suo libro Podcast: Il nuovo rinascimento dell’audio, svela i segreti per creare un podcast di successo in un’intervista di Marco Trabucchi per Vanity Fair. Ne anticipiamo una parte.

Se c’è un fil rouge che collega la storia dell’umanità quello è il racconto. Oggi ad aggiungere un nuovo tassello al potere della parola c’è il podcast, una narrazione vocale che si differenza dalla radio e che apre nuove prospettive alla comunicazione. Uno strumento che negli Stati Uniti raccoglie il favore di milioni di affezionati che usano questo strumento per informarsi, divertirsi e rimanere aggiornati.

Anche in Italia il fenomeno podcast inizia a diffondersi e a incontrare il favore del pubblico, grazie anche a piattaforme che stanno iniziando ad investire nel formato, soprattutto Spotify – che sta allargano l’offerta del suo catalogo – e Spreaker, il sito di riferimento in Italia per creare, distribuire e monetizzare i podcast.

A chiudere il cerchio le aziende ingolosite dall’aumento del pubblico, hanno cominciato a vedere in questo strumento una leva promozionale efficace, anche con i branded content.

Se siete a digiuno del fenomeno date un’occhiata sul web; sono sempre di più i podcaster – giornalisti (Pablo Trincia con Veleno) divulgatori e influencer (Fedez e Luis Sal con «Muschio Selvaggio») – che scommettono sulla «podcast economy», come già succede da tempo negli Stati Uniti dove gli ascolti superano i sei zeri, spesso narrati da personaggi come Michelle Obama (con il didascalico «The Michelle Obama Podcast»).

Approfondiamo l’argomento con Damiano Crognali, giornalista e podcast producer, autore del libro di nuova uscita Podcast – Il nuovo rinascimento dell’audio edito da Roi Edizioni. Una guida pratica che spiega come realizzare storie destinate a essere ascoltate, creare un brand, dotarsi della tecnologia e come creare un canale di comunicazione efficace, cercando di monetizzare attraverso la ricerca di sponsor e il pay per listen.

Damiano, quali sono in Italia i podcast che vanno per la maggiore?
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Il genere che traina tutto è il truecrime. Se ci pensi il podcast in America è esploso con Serial nel 2014, un podcast che raccontava di un caso giudiziario. Anche in Italia il podcast è esploso con Veleno dell’ex Iena Pablo Trincia, che ha curato anche l’introduzione al mio libro. Ed è ancora tra i più ascoltati. Mi viene in mente Polvere sul caso Marta Russo. Un’altra tema molto ascoltato è quello della formazione. Molti uniscono storie e formazione, come Darknet Diaries, che parla di crimini informatici, ma anche in modo per prevenirli. Unire intrattenimento e formazione è senz’altro vincente. Cito il caso emblematico di Alessandro Berbero, che con Lezioni e Conferenze di Storia, è tra i podcast più ascoltati in Italia».

Leggi l’intervista completa su Vanity Fair

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