Addio a Ram Dass, maestro spirituale e pioniere dell’LSD

Ram Dass

Ieri sera Ram Dass se ne è andato serenamente, all’età di ottantotto anni, nella sua casa a Maui.

ROI Edizioni ha pubblicato quest’anno il libro, Essere amore, in cui Ram Dass ha ripercorso alcuni dei passi fondamentali della sua storia e del suo lungo cammino sul sentiero dell’amore universale.

Ram Dass, al secolo Richard Alpert, è stato una delle più importanti voci della controcultura americana e una preziosa guida spirituale. Ha contribuito in maniera fondamentale a portare in Occidente i concetti e le predicazioni delle principali tradizioni filosofiche e spirituali orientali, operando una personale sintesi fra buddhismo, induismo, tradizioni vediche, sufismo e, nell’ultimo periodo, anche misticismo ebraico. 

Mentre era al picco della sua carriera come ricercatore in psicologia ad Harvard, sul finire degli anni Sessanta, l’incontro con LSD e psilocibina, e le sperimentazioni condotte insieme al collega Timothy Leary sugli effetti di queste sostanze, gli costano il posto in università. Ma gli fa provare per la prima volta il contatto con un diverso stato di coscienza, una profonda connessione con il sé interiore e una rinnovata consapevolezza del mondo.

Deluso dalla transitorietà delle alterazioni provocate dagli psichedelici, Alpert si reca in India dove la sua vita prende una piega inaspettata. L’incontro con il guru Neem Karoli Baba, detto Maharaji-ji, lo introduce alla pratica della meditazione e lo aiuta a individuare l’amore e il servizio per gli altri come strada per la vera realizzazione del sé e come via per la connessione con il mondo e con tutti gli esseri viventi.

Inizia così il percorso di Ram Dass (servitore di Dio, nome che gli ha dato Maharaji-Ji), fatto di libri che hanno venduto milioni di copie, di fondazioni che hanno lo scopo di diffondere gli insegnamenti di Maharaji-ji e di aiutare gli altri, di film e documentari (di cui l’ultimo uscito in questo inverno negli Stati Uniti, Becoming Nobody). Ram Dass e le sue iniziative hanno lasciato un segno profondo nella cultura a livello mondiale ed è stato uno dei più importanti e vivaci maestri spirituali dei nostri tempi.

Innovare davvero: l’antidoto di Alf Rehn a uno tsunami di chiacchiere e frasi ad effetto prive di significato

Alf Rehn e Sebastiano Zanolli

La prima volta che al Professore Alf Rehn venne offerta la possibilità di parlare di innovazione, da parte di una grande società tecnologica statunitense, stava per rifiutare. Credeva che, pur con la sua esperienza, parlare a una platea di innovatori lo avrebbe messo a rischio di apparire superficiale; “passare per un cretino”, per dirla con le sue parole.

Dopo la prima giornata il risultato fu però diverso: andò tutto benissimo. Tutti sembravano in perfetta sintonia con i suoi discorsi, i suoi esempi, i suoi grafici.

Il secondo giorno, un po’ deluso, pensò di osare e fare allora qualcosa di completamente diverso.

Per ben venti minuti, parlò ai presenti utilizzando volutamente tutte le frasi fatte che girano nel campo dell’innovazione e che solitamente non significano niente. Anzi, fece di più: creò un discorso in cui tutte queste frasi e concetti si mescolavano in maniera paradossale e senza alcun senso compiuto.

“Dobbiamo disgregare la trasformazione e trasformare la disgregazione!”, “trovare gli spazi bianchi negli oceani blu”, “e per questo dovete essere quello schema fuori dal quale dovete pensare!”

Anche questa volta però, come forse il professore aveva previsto, non successe niente: tutti sembravano attenti, interessati e prendevano appunti.

Qualcuno addirittura, esortato dal professore, si offrì di sintetizzare quanto detto sin a quel momento. Salvo desistere sconsolato, qualche minuto dopo, rendendosi conto che non vi era alcun filo conduttore.

Fu lì che Alf Rehn ammise che il discorso era volutamente un cumulo di scemenze e che sarebbe rimasto davvero sorpreso se i suoi appunti avessero avuto anche solo un minimo di senso.

Il colpo di scena arrivò però dopo, con la risposta dei presenti: “Ma sembrano le stesse cose che dicono tutti gli altri.”

In questa divertente scena, che apre il libro Innovare davvero, è fotografata alla perfezione la situazione: “Prima, innovazione significava davvero qualcosa, ma oggi anche i più perspicaci si fanno ingannare dagli slogan roboanti, dagli atteggiamenti fini a se stessi e dalla verbosità. Il problema non è che i manager a cui ho fatto quel discorso fossero stupidi. È che si erano talmente abituati, come molti di noi, al linguaggio superficiale in tema d’innovazione, da non saper più distinguere nemmeno loro la parodia dalla realtà. Così come è diventato difficile dire quali aziende della Silicon Valley sono vere startup e quali sono imitazioni grottesche degne del canale televisivo Comedy Central, il coro di voci inneggianti che circonda oggi l’innovazione è pressoché indistinguibile dalle satire che la circondano.”

Il senso e lo scopo dell’innovazione

Innovare davvero, spiega perché l’innovazione è diventata qualcosa di ordinario e di superficiale e cosa possiamo fare per rimediare. All’interno del libro, manager, imprenditori e “innovatori seriali” (Alf Rehn credo approverebbe) potranno trovare e riconoscere come familiari tutte quelle insidie pronte a svuotare di senso e significato il cambiamento e su cosa invece puntare.

“Per avere successo, le aziende devono riflettere di meno sull’innovazione in generale e di più sullo scopo delle loro attività d’innovazione.”

La nostra società sta andando verso una profonda perdita di senso. Avviene nelle organizzazioni: solo il 15% dei dipendenti sono pienamente coinvolti nel proprio lavoro, mentre gli altri sono solo parzialmente coinvolti o totalmente distaccati. Avviene nelle nostre vite: la società liquida ha messo a dura prova le nostre esistenze, e “trovare senso e significato”, come ha osservato anche Yuval Noah Harari sembra essere la vera sfida del ventunesimo secolo.

In uno scenario di questo tipo, l’innovazione sembra non solo sottovalutare il problema ma insistere clamorosamente. Siamo bombardati da uno “tsunami di chiacchiere vuote sull’innovazione” ma anche da uno “tsunami” di cose nuove e prive di significato.

Di milioni di app sui nostri dispositivi, quante servono DAVVERO?

“Il CEO di Kellogg’s è arrivato addirittura a dichiarare che un nuovo gusto (al burro di arachidi) aggiunto alla gamma di Pop-Tarts, un prodotto che esisteva da oltre cinquant’anni, si doveva considerare un’innovazione.”

La strada da seguire è dunque quella di anteporre lo scopo, il senso e il significato alla volontà e tendenza di fare cose nuove.

Un buon esempio, come esposto nel libro, è “Bempu, un’azienda specializzata nell’assistenza sanitaria ai neonati che opera prevalentemente in India. Il suo prodotto più rappresentativo è un braccialetto elettronico a basso costo che monitora la temperatura corporea dei bebè nei loro primi mesi di vita. In realtà è un sistema di segnalazione precoce dell’ipotermia, che nel Terzo Mondo uccide migliaia di neonati e può compromettere lo sviluppo di quelli che sopravvivono.”

Pornografia

Il libro di Alf Rehn segna chiaramente la differenza tra chi scrive un libro per diventare famoso su un determinato argomento e chi scrive un libro su un argomento perché ha maturato una reale esperienza nel campo. Il libro di Alf Rehn rientra nel secondo caso e mina in modo dissacrante quanto efficace le inutili certezze di conferenzieri e pseudo guru, non soltanto del campo dell’innovazione.

Ho avuto la fortuna di incontrarlo di recente, in occasione del Leadership Forum di Performance Strategies, e di confrontarmi con lui su diverse tematiche, trovandomi quasi sempre d’accordo. Un punto che reputo fondamentale, che Rehn tratta parlando di innovazione, ma va ben oltre il campo ed è da allargare a tutto ciò che permea le nostre vite, è quello legato alla DENARRAZIONE.

La denarrazione è un concetto caro a Nassim Taleb. Un termine con il quale esorta le persone a “individuare la differenza tra il sensazionale e l’empirico”. Distinguere cioè il campo della pubblicità (e di molti libri) da quanto avviene nella vita reale.

Alf Rhen ha trovato un modo strepitoso per descrivere quanto avviene oggigiorno: siamo una società pornografica.

“La pornografia mira a raccontare storie semplificate e, appunto, ripulite, sul sesso. Questo perché nel mondo reale il sesso può essere una cosa molto complessa e complicata. Nel mondo reale le persone hanno inibizioni ed emicranie, per non parlare di impegni lavorativi pressanti e figli di cui prendersi cura. Nella pornografia non c’è nulla di tutto questo. In quel mondo fittizio tutti sono belli e tutto è bello. In altre parole, la pornografia è straordinariamente e meravigliosamente irrealistica. (…) Trattiamo spesso l’innovazione esattamente in questo modo: quasi tutti i casi proposti dalla letteratura sull’innovazione vengono presentati in uno stile tipicamente pornografico.”

Qualcuno ha un’idea geniale, la espone al capo, il capo apprezza e ne loda l’ingegno, le persone sono entusiaste di dare il loro contributo, il mercato apprezza.
L’innovazione è invece diversa.
La realtà è diversa.
La vita reale richiede saper denarrare.
E lo richiede anche “Innovare davvero”.

Pubblicato nel blog di Sebastiano Zanolli, La grande differenza

Marianne Williamson, un’icona della spiritualità moderna

Marianne Williamson

Negli anni Ottanta Marianne Williamson è stata la persona che ha maggiormente approfondito lo studio di un libro allora famoso tra molti di noi, Un corso in miracoli, di Helen Schucman e William Thetford. Ed è stato così che, nel 1983, ha iniziato a tenere delle conferenze a piccoli gruppi di persone su questo tema.

Poi è successo qualcosa di particolare: ciò che era iniziato solo per caso pian piano si è trasformato in un impegno di vita. Negli ultimi trentacinque anni Marianne ha scritto oltre quattordici libri, tra cui diversi bestseller mondiali, e fondato due organizzazioni no profit, come Project Angel Food, un servizio che a Los Angeles porta gratuitamente i pasti a domicilio ai malati di Aids costretti a letto. Ha anche tenuto un numero infinito di sermoni e discorsi, partecipato a migliaia di summit e conferenze internazionali, è stata spesso ospite nel famoso programma di Oprah Winfrey, ha tenuto centinaia di corsi, fatto sessioni individuali a decine di migliaia di persone. In breve, è diventata un’icona della spiritualità moderna.

Al di là di tutto questo, ciò che mi ha sempre colpito in Marianne è il suo attivismo appassionato e il suo desiderio di creare un mondo che rifletta le verità spirituali. Si è persino candidata alle presidenziali degli Stati Uniti nel 2020, sostenendo una politica basata sull’amore e non sulla paura, sulla libertà e non sull’oppressione, sulla pace e non sulla guerra, sull’inclusione anziché sulla separazione. In generale, negli ultimi decenni Marianne ha fatto tantissimo per far progredire la consapevolezza personale e sociale. Ha aperto le porte della coscienza umana innalzandola verso i valori spirituali, portando messaggi di pace e di speranza.

È per questo che sono molto felice e onorata di aprire la collana sulla spiritualità che curo proprio con un libro di Marianne.

Dalle lacrime alla luce è un titolo autoesplicativo: è esattamente il percorso attraverso il quale il libro guida il lettore.

Sarebbe meraviglioso se la vita fosse composta solo da emozioni positive: gioia, entusiasmo, allegria, giocosità, serenità, felicità. Ma forse non sarebbe la vita. La vita è fatta anche di momenti difficili, di salite ripide, di momenti bui.

Ma come affrontiamo quei momenti? Questo è ciò che fa la differenza nella nostra vita. Siamo in grado di comprendere la sofferenza? Di accettarla pur senza rassegnarci? Di farla passare attraverso di noi per trasformarla?

I demoni personali che emergono dall’antro buio dell’infelicità non possono semplicemente essere “trattati”, ma sono da dissolvere nella luce della consapevolezza di sé. Infatti, non si tratta di dimenticare, ma di dare un altro significato a ciò che ci è accaduto. Qualsiasi dolore, tradimento, fallimento, è stata un’occasione per crescere. Non possiamo negare il dolore, però possiamo trascenderlo.

Una tale comprensione della sofferenza ci permette di uscire dall’idea infantile che qualunque esperienza dolorosa sia di per sé assolutamente negativa. È il modo in cui rispondiamo alla sofferenza a determinare se questa diventerà per noi un allenamento per rafforzare i nostri muscoli emotivi e mentali o una stampella per l’inerzia e la passività.

Infatti, come ci suggerisce Marianne, i periodi di sofferenza non sempre sono deviazioni nel viaggio verso la luce, ma possono rivelarsi soste fondamentali lungo il cammino.

Buon viaggio e buona lettura!

Resta aggiornato
Iscriviti alla newsletter

Ricevi notizie sulle nuove uscite e gli eventi della casa editrice, contenuti interessanti e promozioni