Da campione di arti marziali a icona del cinema, Jet Li ha conosciuto ricchezza e successo. Ma oggi, nel libro «La via per la vera libertà. L’arte di dominare la mente», racconta la sua sfida più importante: liberarsi dall’ego e dall’idea che il proprio valore dipenda dai risultati. Parla di meditazione, paura della morte e disciplina: «Non sono il mio nome, non sono il mio corpo, non sono il mio lavoro»
Avevo tutto, ma non ero libero». Jet Li, il campione di arti marziali diventato leggenda del cinema, protagonista di film come Shaolin Temple, Once Upon a Time in China, Hero, Fearless e The Expendables, prende di sorpresa milioni di spettatori: proprio lui, emblema dell’eroe invincibile, ricco e famoso, sceglie ora di mostrare una parte di sé diversa, svelando le sue fragilità e le sue inquietudini. Jet Li, nella ricerca di «una libertà slegata dalle circostanze esterne», ha deciso di ripercorrere gli episodi più significativi della sua vita, raccontandoli nel suo nuovo libro La via per la vera libertà. L’arte di dominare la mente (Roi Edizioni): le vittorie sportive, la fama internazionale e il riconoscimento del pubblico vengono riletti come occasioni per interrogarsi sui sogni e sulle paure. Si scopre così che è cresciuto in una famiglia numerosa e che ha perso il padre quando aveva solo due anni: Jet Li racconta come il desiderio di sottrarre i propri cari alla povertà sia diventato la forza che ha guidato ogni sua scelta. Un giorno – se l’era ripromesso – avrebbe garantito lui la sicurezza economica alla sua famiglia. E ci è riuscito. Da anni studia il buddismo tibetano, fa meditazione, ha una forte disciplina mentale che l’ha portato lontano, ma ammette: «Anche la disciplina, quando è guidata soltanto dall’ambizione o dal bisogno di dimostrare qualcosa, può trasformarsi in una nuova forma di prigionia. È facile perdere contatto con se stessi quando tutta la propria identità coincide con la performance». E allora, dice lui: «Il combattimento più difficile non è mai stato quello contro un avversario sullo schermo o sul tatami, ma quello contro l’ego, contro l’ossessione del successo e contro la convinzione che il valore personale dipenda dai risultati raggiunti. I desideri e le paure mi governavano la mente come i tiranni spietati che affrontavo nei miei film».
