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Come la startup che “non funzionerà mai” è diventata Netflix

Marc Randolph, che 23 anni fa ha ideato dal nulla Netflix insieme a Reed Hastings, racconta a 'Wired' l'autobiografia di un successo straordinario
11 Maggio 2020
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Entrevista a Marc Randolph - Jalisco Campus Party
Entrevista a Marc Randolph - Jalisco Campus Party

Wired pubblica un’intervista all’ex CEO di Netflix, Marc Randolph, in occasione dell’uscita del suo libro Non funzionerà mai. Ecco di seguito una parte dell’intervista di Michele Chicco.

L’idea della vita ha una genesi lunga, aspetta un collega in un parcheggio della Silicon Valley e si insinua nelle lunghe chiacchierate in macchina sulla strada verso un lavoro sicuro. Niente piatti pronti e molta fatica. “Praticamente tutti ti consigliano sempre di lasciar perdere”, ammette Marc Randolph che 23 anni fa ha ideato dal nulla Netflix. Insieme all’attuale top manager Reed Hastings, Randolph ha cullato  la startup fin dai primi vagiti: lui capo-azienda, Hastings investitore numero uno. Oggi Randolph ha lasciato ogni ruolo operativo di Netflix e ricorda quegli anni in un libro che mette in guardia contro le facili epifanie: Non funzionerà mai (Roi edizioni) è l’autobiografia di un successo straordinario, un inno alla dedizione e al lavoro.

Partiamo dal mito fondativo di Netflix: si dice che tutto sia nato dopo che Blockbuster ha multato Reed Hastings per aver restituito in ritardo un film. È bastata una sanzione da 40 dollari per rivoluzionare il mondo dell’intrattenimento?

“Gira molto questa leggenda popolare, è una storia bellissima e utile. Potrebbe anche essere vera, ma non è sicuramente l’intera storia di Netflix. La verità è che la nascita di ogni innovazione è complicata: ci sono più persone coinvolte che lottano, spingono e discutono di un’idea. E ognuno contribuisce con il proprio background, chi ha alle spalle anni nel settore della vendita per corrispondenza e chi una sfrenata passione per gli algoritmi. Bisogna lavorare settimane, addirittura anni per ottenere qualcosa di nuovo, diverso e grandioso. Nel nostro caso il risultato è stato Netflix”.

All’inizio l’idea di business era molto semplice: noleggiare via internet i film in dvd, in un momento in cui però negli Stati Uniti ne giravano pochissimi…

“Non sapevamo se la nostra idea sarebbe stata quella giusta. Per capire se potesse funzionare l’abbiamo testata: i dvd erano impossibili da trovare nella primavera del 1997 e allora abbiamo comprato un cd, l’abbiamo infilato in una busta e con un francobollo da 32 centesimi l’abbiamo spedito a casa di Reed. Il giorno dopo Reed aveva il cd integro in mano ed è stato allora che abbiamo capito che si poteva andare avanti”.

E si è passati alla scelta del nome: è vero che avete rischiato di chiamarvi Cinemacenter?

“Scegliere il nome è incredibilmente difficile. Bisogna avere qualcosa di accattivante, che ti scivoli via dalla lingua e che sia facile da ricordare. È necessario ovviamente che nessun altro possieda quello stesso nome, che ci sia una url disponibile e che vada bene per tutti i mercati, quindi niente che sia osceno in un’altra lingua. Per trovare il nostro nome abbiamo scritto su una lavagna tutti i sinonimi di internet da un lato e tutti i sinonimi di film dall’altro. Poi li abbiamo combinati in tutti i modi possibili e abbiamo prodotto nomi come Webflix, E-Flix.com, Netpix e naturalmente anche Netflix. Ne abbiamo discusso un po’, ma non c’è stata nessuna votazione e siamo andati a casa ripromettendoci di dormirci su. Il giorno dopo eravamo tutti d’accordo su Netflix: non perfetto, ma il meglio che potessimo fare”.

Il marketing è una cifra stilistica unica per Netflix. Ed è un elemento caratterizzante della società fin dall’inizio quando avete scelto come testimonial inconsapevole Bill Clinton…

“Nel 1998 negli Stati Uniti si parlava solo del sexgate di Bill Clinton. Noi eravamo una piccola startup senza molti soldi per fare una grande campagna di marketing e allora abbiamo deciso di utilizzare Clinton per promuovere Netflix. Il piano era di far pagare ai clienti 2 centesimi per un dvd contenente le quattro ore di testimonianza di Clinton (al Congresso sul caso-Lewinsky ndr). Dopo aver spedito cinquemila dvd ordinati alcuni clienti hanno detto di aver ricevuto un film per adulti e non il processo Clinton: il produttore ci aveva dato uno stock sbagliato di dvd non contrassegnati. Il giorno dopo abbiamo inviato una lettera di scuse, dicendo che se avessero voluto avrebbero potuto rispedirci a nostre spese il dvd sbagliato. Non l’ha fatto nessuno”.

Nel suo libro c’è un consiglio per gli startupper: per valutare la bontà della propria idea è utile raccogliere consenso degli investitori. Perché?

“Fare gli imprenditori è già abbastanza rischioso, meglio assicurarsi che l’unica pelle in gioco non sia la tua. Per sviluppare un’idea bisogna dedicare la vita al suo successo: lascia che siano gli altri a metterci i soldi. Coinvolgere altri investitori, oltre a famiglia e amici, ti costringe a dimostrare che la tua folle idea potrebbe funzionare davvero”.

Continua a leggere l’intervista completa sul sito di Wired

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