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Social network e telefonini, come disintossicarsi in 30 giorni

La ricetta di Cal Newport, intervistato in esclusiva da Panorama per raccontare il suo nuovo libro sul minimalismo digitale
8 Luglio 2019
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cal newport

Il settimanale Panorama pubblica un’intervista esclusiva a Cal Newport in occasione dell’uscita in Italia del suo libro Minimalismo digitale. Ecco di seguito una parte dell’intervista di Marco Morello.

Una premessa di fondamentale importanza: questo non è il solito prontuario agile per disintossicarsi senza traumi dall’ipnosi dello schermo. È un approccio brutale che impone sacrificio. Se le diete non sono il vostro forte, in particolare quelle da smartphone e altri gingilli hi-tech, passate pure al prossimo articolo. Qui si parla di Minimalismo digitale, titolo dell’omonimo libro appena pubblicato in Italia da Roi Edizioni. Sottotitolo, grondante ambizione: “Rimettere a fuoco la propria vita in un mondo pieno di distrazioni”. “Il minimalismo digitale è una filosofia dell’uso della tecnologia, secondo la quale bisogna per prima cosa capire come si vuole impiegare il proprio tempo, individuare cosa importa davvero per noi, cosa ci soddisfa. A quel punto, scoprire in che modo la tecnologia può aiutarci a centrare quell’obiettivo”. A illustrare la formula con tono accademico a Panorama è l’autore del volume, Cal Newport: un professore di scienze informatiche alla Georgetown University di Washington, diventato famoso in mezzo mondo per i suoi manuali tradotti in oltre 20 lingue. Incluso questo, finito nella classifica dei best seller del New York Times.

La ricetta per la cura. Cos’ha di tanto speciale? Scremati i discorsi non proprio inediti su quanto siano arcigni i programmini installati sul nostro cellulare (“i magnati dei social media devono ammettere che sono produttori di tabacco in jeans e t-shirt, impegnati a vendere ai giovani sostanze che creano dipendenza” tuona un passaggio), Newport si propone di guarirci: di prenderci per mano e spiegarci come liberarci di “applicazioni ingegnerizzate per fomentare un uso compulsivo”. Come farne a meno, finché non ci appariranno tanto desiderabili. Il suo metodo si chiama “decluttering digitale”, termine che richiama il fare ordine, lo sbarazzarsi delle cose inutili: l’ha testato su circa 1.600 volontari, la maggior parte dei quali sono arrivati fino in fondo. E adesso lo propone ai suoi lettori.

Serve un mese. Il primo step è fare piazza pulita del superfluo: “Prendersi trenta giorni di pausa dalle tecnologie opzionali. Social media, streaming di video, giochi”. La chat di LinkedIn vi serve per parlare con i colleghi o intercettare clienti? Rispondete pure, nessuno vuole mandarvi in fallimento. Quella di Facebook su cui transitano giusto filmati cretini, invece, è bandita. Vietata. Come tutte le puntate della serie tv che aspettate da tempo o quel rompicapo ludico che vi incolla per ore sul display. Più sms e meno WhatsApp, al bando like e retweet di cortesia: “Raccomando questo approccio drastico” commenta Newport “perché se ci si limita ad aggirare le proprie abitudini – per esempio spegnere le notifiche, spostare le icone dei social media fuori dalla schermata principale del telefono – sarà difficile accendere la scintilla di un cambiamento permanente”.

Il baratro del tempo libero. La ricompensa per tanto coraggio, almeno all’inizio, è un incubo nerissimo. Un vuoto ansiogeno. Ci si ritrova tra le mani un bottino di tempo libero, quello che prima si sperperava tuffandosi in qualche schermo. Soprattutto, non si ha idea di come riempirlo. È qui che la strategia di Newport diventa ambiziosa e responsabilizzante: dobbiamo colmarlo con attività analogiche, sociali nel senso originario del termine. Cose da fare con altri che, oltre alla vista, coinvolgano il tatto (non il touch), l’udito, il gusto. Ci sono trenta giorni per sperimentare, sbagliare o sbadigliare, ricominciare e azzardare: sport classici, estremi e strambi, corsi di lingue, giardinaggio o cucina, rimpatriate con vecchi compagni d’università e aperitivi, appuntamenti per dirsi di persona quello si racconterebbe in una storia Instagram. Vi sembra da pazzi? È ovvio, siete malati, la vostra prospettiva è totalmente distorta. È banale? Allora fatelo.

Continua a leggere l’intervista a Cal Newport sul sito di Panorama

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