“Lavoratori (intellettuali) di tutto il mondo: rallentate!”

Un altro libro di autoaiuto? Sì e no. Slow Productivity di Cal Newport (Roi Edizioni) si colloca all’intersezione tra il manuale pratico tipo “Getting Things Done”, basato sulla compilazione di liste di cose da fare (nel caso di Newport, da NON fare o da fare meno), il manifesto “politico”, e il libro di divulgazione scientifica pieno di esempi e aneddoti tipico della miglior tradizione accademica anglosassone.

Caveat fondamentale: tutto quanto Newport scrive nel suo libro si applica solo alle professioni intellettuali, intese in senso abbastanza ristretto: “La filosofia che ho sviluppato si rivolge principalmente a coloro che svolgono un lavoro qualificato con un notevole grado di autonomia” scrive nelle conclusioni.

Il concetto di base è che l’idea che abbiamo di “produttivita?” per le professioni intellettuali, appunto, arriva dritta dalla Rivoluzioni Industriale: è forse applicabile quindi al lavoro manuale (con la conseguenze disumanizzazione portato da un approccio quantitativo al lavoro), ma certamente non funziona (piu?) nel campo del lavoro “di concetto”. L’arrivo del pc, del lavoro in rete, e poi delle email, e poi dello smartphone, e poi di slack, teams, whatsapp eccetera, che hanno dissolto il confine tra lavoro e vita privata, hanno reso la situazione esplosiva: siamo sopraffatti da tutto cio? che dobbiamo fare e costretti a decidere tra il cedere alla cultura dell’affanno che ci soffoca o rifiutare del tutto l’ambizione di carriera.

Questo ha portato all’emergere della cultura della pseudo-produttività (come la chiama Newport, Professore di Computer science alla Georgetown University e autore di numerosi libri, fra cui il best seller Minimalismo digitale), definita come “L’uso dell’attività visibile per stimare l’effettivo impegno produttivo”.

Come difendersi? Appunto, con la Slow Productivity, sistema di regole e trucchi che prende il nome in modo trasparente dallo Slow Food di Carlo Petrini la cui maggiore intuizione, secondo Newport, non fu solo l’uso del concetto di “lentezza” ma si basava soprattutto su due “idee profonde e innovative che possono essere applicate a molti diversi tentativi di costruire un movimento di riforma in risposta agli eccessi delle modernità”: il potere delle alternative attraenti (“Chi soffre per gli altri fa più danni all’umanità di chi si diverte” ha detto Petrini) e quello di attingere alle innovazioni culturali collaudate nel tempo.

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“Il libero arbitrio è solo un’illusione”

Robert Sapolsky

Pensate di aver preso una decisione autonoma? Vi sbagliate: il libero arbitrio è un’illusione. Robert Sapolsky, biologo, etologo e neuroscienziato di Stanford, abbraccia questa tesi spiacevolissima e la difende per oltre 600 pagine con argomenti stringenti e una vena brillante di ironia. Poiché nulla si origina dal nulla e ogni evento ha una casa antecedente, i nostri comportamenti sono determinati dal nostro cervello, dalle sue passate relazioni con l’ambiente e con gli altri sin dalla nascita, dalla storia evolutiva. Ne deriva che nessuno può essere considerato responsabile delle proprie azioni: niente più colpe né meriti, meno odio, meno gioia di punire e vendicarsi, più nessuna colpevolizzazione della malattia mentale. Ma l’autore giunge anche a conseguenze poco digeribili, come per esempio che non si possa scegliere di non essere assassini o pedofili. Molti filosofi pensano infatti che una visione del genre porterebbe al crollo delle nostre motivazioni e al collasso della società. Non certo Sapolsky, che collabora con i difensori d’ufficio nei processi. Gli abbiamo chiesto di raccontarci i risvolti di una tesi tanto radicale.

Chi sostiene l’esistenza del libero arbitrio, secondo lei, evoca un’entità magica sospesa nel nulla. Ma anche nella sua cascata di cause ed effetti cadiamo in un regresso infinito, fino al Big Bang. Perché preferire una serie senza fine di tartarughe piuttosto che un’ultima tartaruga su cui poggia il mondo? “Invertirei la questione. La sfida è che noi non vogliamo tartarughe infinite. Non sembra intuitivamente accettabile alla maggior parte di noi. Ecco perchè è così difficile convincere le persone a rifiutare il libero arbitrio”.

C’è un problema di limiti di conoscenza. Non sapremo mai perchè Adolf Hitler e Francesco d’Assisi si comportarono in modo così diverso: troppe cause intrecciate. Lei scrive che il fatto di non conoscere quelle cause non deve indurci a pensare che esse non esistano. Ma perché il fatto di non conoscerle dovrebbe portarci a pensare, al contrario, che essere certamente esistono? Non dovremmo restare agnostici? “Rifiuterei l’agnosticismo per due ragioni: il processo scientifico ci ha mostrato mille volte che cose che inizialmente non sembravano avere una causa poi hanno rivelato di averne; nessuno ha mostrato finora un percorso plausibile attraverso il quale le leggi fisiche possano essere aggirate per produrre comportamenti senza cause”.

Oggi si tende a invocare la meccanica quantistica per giustificare le più bizzarre teorie. Cosa c’è di sbagliato in questa moda? “Le persone spesso hanno la necessità di decidere che qualcosa che è imprevedibile allora è anche indeterminato. Ciò di cui spesso hanno ancor più bisogno è decidere che ciò che è imprevedibile sia anche magico”.

[…]

Lei scrive che sentirsi determinati da altro è angosciante e che sarebbe folle prendere sul serio tutte le implicazioni della non esistenza del libero arbitrio. Non capisco: pensa che la vita sarebbe migliore se rinunciassimo all’illusione della libertà, oppure, pur sapendo che non esiste, dobbiamo vivere “come se” il libero arbitrio esistesse? “No, ciò che dobbiamo fare tutti, me compreso, è combattere ogni circostanza in cui l’intuito ci dice che esiste il libero arbitrio, quei momenti in cui crediamo di essere nella posizione di giudicare moralmente chiunque altro, o di provare un senso di merito derivante da qualsiasi cosa abbiamo fatto”.

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Prepararsi al dopo

Pubblichiamo l’estratto della recensione di Immagina di Jane McGonigal, a cura di Matteo Meschiari per DoppioZero.

Istituto per il Futuro di Palo Alto, California. Nasce Superstruct, una simulazione di sei settimane per mappare le conseguenze politiche, sociali, economiche ed emotive di una minaccia globale, ad esempio una pandemia. È il 2008. A inizio 2020, Jane McGonigal, lead designer del progetto, fa un webinar dove illustra per filo e per segno ciò che di lì a poco sarebbe accaduto a livello globale, dai focolai di superdiffusione al trauma psicologico del lockdown. L’incontro era organizzato come una lista di consigli concreti per affrontare l’emergenza, ma il suo contributo, nonostante l’accuratezza delle previsioni, è stato ignorato nella gestione politica e psicologica dell’emergenza.

Chi invece aveva partecipato alla simulazione del 2008 è stato in grado di affrontare gli eventi con più sicurezza e con una dose molto più bassa di stress. McGonigal osserva: “credo che il ruolo di una simulazione sia preparare le nostre menti e migliorare la nostra immaginazione collettiva, in modo da essere più flessibili, adattabili, agili e resistenti quando ci troveremo ad affrontare l’incredibile”. Da qui nasce il libro Immagina. Giochi, scenari e simulazioni per prepararsi al futuro e coltivare l’ottimismo urgente (ROI Edizioni 2022), un manuale di allenamento dell’immaginario che, con consigli, esercizi e input motivazionali, si propone di insegnare al lettore a compiere viaggi virtuali avanti nel tempo. In un paese come l’Italia, dove se tutti giocassero a scacchi saremmo gli ultimi del torneo perché affronteremmo la partita una mossa alla volta, in un clima di atavica e orgogliosa avversione agli scenari di previsione, il libro di McGonigal arriva come un manufatto extraterrestre.

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Imparare a cambiare (anche con il respiro)

Imparare a cambiare (anche con il respiro)

In un mondo in continuo mutamento l’unica cosa che non cambia è l’umana resistenza al cambiamento. Cambiare è la cosa più difficile al mondo: determina diffidenza, chiamando in causa l’autostima, e la paura dell’incerto si lega a quella del fallimento. Ma se è così faticoso cambiare perché porsi il problema di farlo?

In uno studio Carol Dweck, psicologa di Stanford, ha identificato due tipi di persone. «La prima è contraddistinta dalla mentalità statica. Sono persone che ragionano per bianco e nero, giudicanti in modo definitivo, convinte che sia impossibile passare da una situazione all’altra e la loro domanda ricorreste è: “Perché è successo a me?”. Le persone del secondo tipo hanno, invece, una mentalità di crescita, sono capaci di adattarsi, hanno capito che cambiare idea su qualcosa può trasformarle. Un concetto, quest’ultimo, assodato nelle neuroscienze, soprattutto per la gestione dello stress e delle nostre emozioni. Ecco perché vale la pena provare a cambiare», esordisce Mike Marić medico specialista in Ortognatodonzia e professore all’Università di Pavia, campione mondiale di apnea, oggi allenatore, tecnico europeo di 4° livello CONI e autore del nuovo libro Se respiro posso (ROI Edizioni).

La grande competizione con se stessi

«La vita, appassionante e a volte durissima, ci invita ogni giorno a evolvere. Allenarsi a cambiare significa riuscire a vincere e a gestire al meglio le piccole e grandi sfide quotidiane, le stesse che possono sopraffarci se siamo impreparati». Insomma, la più grande competizione è con noi stessi.
«Gli individui di successo, intendono per successo l’essere più forti, sereni, grati e appagati, hanno amore per sé e per quello che fanno, conoscono i propri bisogni perché sanno ascoltarsi, sono costanti nel replicare le stesse azioni nel tempo perché hanno un desiderio autentico da perseguire, una forte motivazione», prosegue l’esperto che nel suo libro accompagna il lettore in un viaggio interiore per capire come sia possibile migliorarsi traducendo ciò che ci succede nell’opportunità di prendere in mano la propria vita.

Le fasi delle “4D”

«Per riuscire a cambiare davvero credo sia necessario attraversare quattro fasi che chiamo “le 4 D”. Desiderio: è la fiamma che ti nasce dentro, dai tuoi bisogni, dalla tua chiarezza di intenti. Decisione: decidere significa anche recidere, quindi essere in grado di prendere una strada, evitarne un’altra e capire cosa fare per raggiungere il tuo obiettivo. Disciplina: è la capacità di affrontare lo sforzo necessario per raggiungere un obiettivo dandosi regole e rispettandole. Maggiore è la motivazione, più semplice sarà disciplinarsi. Determinazione: è la capacità di mantenere la rotta, significa sapere dove si sta andando e conoscere le azioni necessarie per arrivarci e soprattutto significa non mollare a prescindere delle circostanze. Sono le nostre abitudini a definire il modo in cui affrontiamo la vita e le sue sfide.»

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La chimica delle relazioni

È sempre una questione di chimica. Non solo quando devi conquistare qualcuno a cena (e qui hai bisogno di ossitocina e serotonina), ma anche se vuoi collaborare in modo efficace con un collega (cortisolo e ancora ossitocina a palate), o fare la ramanzina a tuo figlio senza che si metta le cuffie (e qui ti serve l’adrenalina). Paolo Borzacchiello, esperto di intelligenza linguistica e comunicazione strategia, ci spiega come la nostra vita sia regolata e influenzata dagli ormoni prodotti dall’organismo, come si fa a regolarli, aumentarli e smorzarli in un sofisticato mix biochimico che possiamo imparare per promuovere fiducia, attenzione e benessere in chi entra in relazione con noi.

L’attenzione

È una qualità della mente ormai rara e preziosa. «Sommersi da un diluvio di informazioni, la nostra capacità attentiva negli ultimi 20 anni è diminuita drasticamente perché passiamo il nostro tempo con la testa nel cellulare», afferma l’esperto di comunicazione. «Non a caso la Treccani ha inserito il termine Smombies (dall’unione di smartphone e zombies) nella sua enciclopedia per indicare quelle persone che vivono attaccate a un display senza prestare attenzione al mondo circostante. Si calcola che la nostra concentrazione si attesti circa sui 9 secondi (paragonabile circa a quella di un pesce rosso). Dal punto di vista chimico, gli ormoni che possono darci una mano sono l’adrenalina e il cortisolo. Come si fa a stimolarli nel nostro interlocutore? Attivando il fonosimbbolismo, frame linguistici e categorie metaforiche specifiche. In pratica puoi cambiare spesso il ritmo, il tono e il volume della tua voce, utilizzare la lettera R e le consonanti dure, che agiscono sul cervello e sulle ghiandole surrenali per produrre adrenalina, e metafore che richiamino una sfida una battaglia. Usa le pause per enfatizzare un contenuto, chiama per nome chi hai di fronte, fagli cambiare posto con una scusa, mantieni il contatto visivo. Anche il look è importante: il colore rosso per esempio è un eccitante (può essere usato anche in un dettaglio: un braccialetto, degli occhiali). Essenziale anche la gestualità: movimenti secchi e decisivi (come indicare qualcosa o qualcuno) mentenfono alta la concentrazione di chi vi sta di fronte».

La fiducia

Quando siamo di ottimo umore, siamo più propensi a ricordare le informazioni e tendiamo a vedere il lato positivo delle situazioni. «Questo stato d’animo è dovuto a un mix di due ormoni: ossitocina e serotonina» spiega Paolo Borzacchiello. «Come si fa a indurre negli altri uno stato di fiducia? Partiamo dal linguaggio. Usa il modo indicativo invece del condizionale (per esempio: possiamo invece di potremmo) e metafore “incarnate” che richiamino il concetto di “arto”, “leggero” e “luminoso”: come “mi sento al settimo cielo”, “hai avuto un’idea brillante” o ancora “questo progetto decollerà sicuramente”. Poi sposta l’attenzione al tuo interlocutore in uno scenario futuro in cui riuscirà a raggiungere i suoi obiettivi attraverso una serie di domande. “Come ti sentiresti se…?” e il suo sistema endocrino farà il resto. Inoltre, la modulazione del parlto è un valido aiuto: un tono di voce né troppo alto né troppo basso e la presenza di pause adeguate. Per ottenere poi un rilascio di endorfine puoi sparigliare le carte e raccontare un aneddoto divertente o fare una battuta improvvisa. Per acquisire autorevolezza, bada alla postura: deve essere eretta e simmetrica, con volto e mento all’insù, facendo gesti ampi e circolari. È anche efficace il contatto fisico: metti una mano sulla spalla o sul braccio di chi ti sta vicino, annuendo. Infine è importante l’ambiente circostante: la presenza di arredi naturali come legno e perquet, di vadi e piante e di materiali come la pietra (che implica solitià) inducono sicurezza e fiducia».

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«Io turbolenta in amore? Ho avuto solo 4 o 5 uomini. A Pozzecco ho salvato la vita»

Pubblichiamo l’estratto dell’intervista a Maurizia Cacciatori sul Corriere della Sera, a cura di Flavio Vanetti. Per ROI Edizioni Maurizia Cacciatori ha scritto Senza rete, di cui lei dice “Qui c’è il mio profumo”.

Maurizia Cacciatori, con una donna non si dovrebbe mai parlare di età. Ma nel suo caso, nel 2023, è in arrivo una certa scadenza…

«I cinquant’anni, intendete? Non ci penso. Ho sempre dichiarato con serenità la mia età: non ho paura del tempo che passa, temo di più come lo seguo. Si avvicinino pure i 50: sono orgogliosa e realizzata. Con il volley ho smesso a 33 anni, la vita è fatta di cicli e io volevo una famiglia».

Ora è speaker motivazionale e parla alla platea delle aziende.

«La mia è la storia di chi ci prova, ci mette la faccia, cade e si rialza. Le aziende dovrebbero essere dei team straordinari: molte volte lo sono, tante no. Quindi affronto temi come leadership, valore del gruppo, gestione dei cambiamenti».

Lei ha detto: «Le coppe si vincono in allenamento».

«E si ritirano in gara. Quello che ho conquistato l’ho vinto giorno dopo giorno, partendo dal lunedì e meritandomi il posto in squadra».

Maurizia Cacciatori e Francesca Piccinini, simboli di un’era del volley. Chi è stata più iconica?

«Non saprei. Francesca ha giocato più a lungo di me, però io sono arrivata prima: l’ho vista diventare una donna. Ero una sorella maggiore? Sono stata una compagna che ha aiutato una giovane a inserirsi. Poi lei è stata straordinaria».

Mai uno screzio tra di voi?

«Mai, a parte le discussioni su qualche giocata: ciascuna aveva il suo mondo. Se dovessi indicare con chi non andavo d’accordo, farei una lista lunga. Ma la “Franci” non c’è. Ho avuto una compagna discreta e dai bei modi, mi è piaciuta come persona e ancora oggi ci sentiamo».

Francesca nel 2002 ha vinto un Mondiale dal quale lei è stata esclusa. Ha perdonato Marco Bonitta, il c. t. che non la volle?

«Ora lo ringrazio. Vedevo tutto con occhi diversi: andavo agli Europei, ai Mondiali, ai Giochi, mai ero in discussione. Quando fui lasciata a casa, in modo inatteso, ho capito che si è in equilibrio tra momenti esaltanti e cadute».

Le piacerebbe essere nella Nazionale di oggi?

«Poco. Primo: è il momento di queste ragazze, se lo godano. Secondo: penso alla famiglia e a quello che devo fare. Però invidio la palleggiatrice che alza per giocatrici di talento immenso».

Perché siamo drogati di dopamina

Pubblichiamo un estratto dell’intervista alla dottoressa psichiatra Anna Lembke a cura di Lorenza Guidotti per Starbene, in cui spiega il concetto alla base del suo nuovo libro, L’era della dopamina: l’effetto della dopamina sul nostro cervello. “Più cerchiamo il piacere in modo compulsivo più proviamo dolore”.

Nella società del ” tutto e subito”, abbiamo a disposizione qualsiasi cosa desideriamo, ma non è mai abbastanza: vogliamo sempre di più. Ogni giorno il numero e la varietà di stimoli gratificanti è in crescita: cibo, notizie, shopping, gaming, sesso, social… «Non c’è che da scegliere la nostra droga preferita», suggerisce Anna Lembke, docente di psichiatria alla Stanford University School of Medicine e direttrice della Stanford Addiction Medicine Dual Diagnosis Clinic negli Stati Uniti. «Una volta la nostra vita era caratterizzata dalla scarsità, ora trabocca di abbondanza. Questo ha compromesso l’equilibrio tra piacere e dolore nell’esistenza di ognuno di noi. Il risultato? Un rilevante aumento delle dipendenze.

In che modo?

Le sostanze e i comportamenti che provocano una sensazione di euforia o di benessere – e che spesso sono strettamente legati all’uso di alcol, tabacco, videogiochi, gioco d’azzardo – aumentano il rilascio di dopamina nel circuito della ricompensa del cervello.

Cos’è il circuito della ricompensa cerebrale e perché è importante?

Funziona in questo modo: le principali cellule funzionali del cervello sono chiamate neuroni. Comunicano tra loro, nelle sinapsi, attraverso segnali elettrici e neurotrasmettitori. Quest’ultimi sono come palle da baseball: il lanciatore è il neurone pre-sinaptico, il ricevitore è il neurone post-sinaptico, la dopamina è la palla che viene lanciata da uno all’altro. Questo neurotrasmettitore è importante perché agisce sulla motivazione a ottenere un piacere. Agisce sul desiderio quindi, più che sul raggiungimento della gratificazione in sé. Più il cervello ne produce, più sviluppiamo una dipendenza. Un esperimento sui topi ha dimostrato che il cioccolato produce nel cervello dei topi un aumento della produzione del neurotrasmettitore pari al 55%, il sesso del 100%, la nicotina del 150% e la cocaina del 225%. L’anfetamina presente nelle droghe che si vendono in giro o in alcuni farmaci utilizzati per curare i disturbi da deficit di attenzione, del 1000%. In pratica una pipa di metanfetamine equivale a 10 orgasmi.

Quindi siamo tutti destinati a diventare dipendenti da qualcosa?

No, ma occorre stare in guardia. Il cervello elabora sia il piacere sia il dolore nelle stesse strutture neurali ma le due sensazioni funzionano come fattori opposti per mantenere l’equilibrio. Mi spiego meglio: possiamo immaginare il meccanismo che regola la sensazione di piacere e dolore come un’altalena. Quando è in equilibrio, la barra dell’altalena è piatta. Quando iniziamo a desiderare qualcosa molto ardentemente, la dopamina inizia a essere rilasciata nel circuito della dipendenza e l’altalena inizia a pendere dalla parte del piacere. Più è veloce questo processo, maggiore è la gratificazione che proviamo. Occorre sottolineare una caratteristica importante di questa bilancia: il cervello non ama le condizioni di squilibrio, a maggior ragione se perdurano per molto tempo. Quindi, ogni volta che la barra si sposta sul lato del piacere, entrano in gioco meccanismi di autoregolazione volti a ristabilire la condizione originaria. Nel momento di massimo piacere possiamo immaginare un gruppo di piccoli gremlin che saltano sul versante del dolore della barra per riportare l’asse in equilibrio.

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“Il marketing salverà il clima”

Pubblichiamo l’intervista a Seth Godin uscita su la Repubblica a cura di Vittorio Emanuele Orlando in occasione della pubblicazione, in Italia del Carbon Almanac, libro nato da un progetto collettivo e volontario di cui Godin è protagonista, coordinatore e curatore.

Che cosa spinge un guru del marketing, che ha all’attivo libri che hanno venduto milioni di copie, da Questo è il marketing a La mucca viola, bestseller tradotti in più di 35 lingue; uno che ha un blog tra i più seguiti del web; uno che, in ultima analisi, ha avuto successo planetario proprio convincendo le persone a consumare di più, a convertirsi alla sostenibilità, ideando, coordinando e promuovendo in tutto il mondo una guida al cambiamento climatico? Lo chiediamo al protagonista, il 62enne Seth Godin mentre esce in Italia Carbon Almanac, nato da un post sul suo blog a seguito del quale ha mobilitato e coinvolto 300 persone, dagli scienziati – una quindicina di italiani – ai fumettisti, in più di 40 Paesi.

Perché un esperto di marketing diventa un attivista ambientale?

«Il marketing sta cambiando, racconta storie vere che si diffondono, che danno alle persone la possibilità di fare la differenza. E il clima ha un problema di marketing. Siamo stati convinti a credere a cose che semplicemente non sono vere e siamo stati persuasi a non fare nulla. Se le persone sanno costa sta realmente accadendo possono fare scelte diverse. Questo è il progetto più importante della mia carriera: cosa c’è di più importante che mettere le mie conoscenze di marketing al servizio di un futuro migliore?».

Chi altro contribuisce al progetto?

«La magia di questo Almanacco è in uno dei nostri sottotitoli: “Controlla il nostro lavoro. Non prendere queste parole per oro colato.” Di conseguenza, non avevamo bisogno di esperti di clima nel gruppo (anche se ne avevamo molti). Ciò di cui avevamo bisogno erano persone che potessero prendere i dati, i documenti e i fatti e raccoglierli, organizzarli e renderli comprensibili. Abbiamo designer, esperti di grafica, matematici, leader di comunità e, soprattutto, persone come me e come voi».

Perché la formula dell’almanacco?

«Gli almanacchi sono raccolte di verità. Sono intrinsecamente disordinati, in quanto una raccolta di fatti non può mai essere perfettamente organizzata. Adoro gli almanacchi perché possono essere sfogliati in qualsiasi modo scegliamo, non c’è un inizio o una fine».

Come concilia il suo essere un’autorità nel campo del marketing con il fatto che il nostro modello di consumo va ripensato profondamente?

«Semplice: sono un ipocrita e lo sono anche tutti gli altri. Ma se aspettiamo un perfetto organizzatore o leader o anche un partecipante senza macchia, aspetteremo molto tempo. Come scrive Brian Eno nell’Almanacco: “Si cerca di evitare l’ipocrisia, ma non è il peccato peggiore. Il compromesso è inevitabile, e infatti dovrebbe essere incoraggiato”. Il pianeta non ha bisogno che smettiamo di consumare. Ha bisogno di noi per valutare il carbonio in modo equo. Abbiamo tutto ciò che serve per risolvere questo problema, e possiamo farlo cambiando il modo in cui consumiamo invece di decidere di vivere in una grotta senza fare nulla».

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Seth Godin racconta il Carbon Almanac, la prima guida sul clima scritta da centinaia di volontari

Pubblichiamo l’intervista rilasciata da Seth Godin a LifeGate, a cura di Valentina Neri, in occasione dell’uscita in Italia del Carbon Almanac, la guida collettiva ai cambiamenti climatici nata da un progetto di volontari coordinati da Seth Godin.

We are in it together, ci siamo dentro tutti. “Il cronico mutamento nel clima dell’intero pianeta sarà il più significativo motore di cambiamento dei prossimi vent’anni. Per tutti noi, non soltanto per alcuni”. Quando a ottobre del 2021 questo appello è comparso sul blog di Seth Godin, guru del marketing e autore di best seller come La mucca viola, c’era da scommettere che non sarebbe passato inosservato. E così è stato. Più di 300 persone in 41 paesi – scrittori, scienziati, ricercatori, illustratori, imprenditori, artisti, cittadini comuni – hanno dato il loro contributo per realizzare un libro che spiegasse dalla a alla z, come un almanacco, cosa sono i cambiamenti climatici, cosa comportano per ciascuno di noi e cosa possiamo fare per arginare le loro conseguenze. Il Carbon Almanac, appunto. Il giorno successivo all’uscita negli Stati Uniti per le edizioni Portfolio, il 13 luglio 2022 il volume esce nelle librerie di tutto il mondo; compresa l’Italia, dove è pubblicato da Roi Edizioni.

Carbon Almanac, la guida collettiva ai cambiamenti climatici

Basta sfogliare il Carbon Almanac per rendersi conto di quanto sia un volume denso di fatti, infografiche, mappe, dati, tabelle, definizioni. Un certosino lavoro di ricerca, selezione e parafrasi che si è reso necessario per realizzare il suo obiettivo primario: spiegare cause e conseguenze dei cambiamenti climatici. E farlo a suon di fatti comprovati, raccontati con un linguaggio comprensibile per i non addetti ai lavori.

E il progetto non si esaurisce con il libro. Il team ha già pubblicato una guida per educatori e insegnanti, una versione di 70 pagine per bambini, un pdf gratuito con le immagini sull’impatto dei cambiamenti climatici, quattro podcast con 50 episodi ciascuno. Tutto questo senza guadagnare un solo euro, perché il loro contributo è puramente volontario. Anche alcune aziende – tra cui Amazon, LinkedIn, Getty Images, McCann Worldgroup – hanno deciso di fare la loro parte, attraverso acquisti e donazioni di copie. Per compensare la carta impiegata per stampare le copie, sono stati piantati più di 100mila alberi.

La data scelta per festeggiare l’uscita del libro è il 16 luglio, quando i contributor parteciperanno a un grande firmacopie in contemporanea.

L’intervista di LifeGate a Seth Godin

Nessuno poteva raccontare la genesi e le prospettive di questo progetto meglio del suo portavoce, Seth Godin. L’abbiamo intervistato.

Perché ha deciso di dedicarsi in prima persona al tema dei cambiamenti climatici, coordinando un progetto collettivo così ambizioso?
Questo è il problema della nostra epoca. Non il più frenetico o notiziabile, ma quello che comprende ed eclissa tutti gli altri. Perché è cronico, sistemico e ci riguarda tutti, indipendentemente dal nostro reddito, dal nostro status o dal luogo in cui siamo.

Chi è il lettore ideale di questo libro?
Abbiamo creato l’Almanac come uno strumento. È uno strumento per aiutare le persone che già ci tengono a sentirsi abbastanza brillanti e sicure di sé per parlarne. Uno strumento per aiutare le persone a vedere i sistemi che sono al lavoro e, quindi, a condividere le copie mentre discutono di cosa fare in merito. Avevamo bisogno di semplificare, organizzare e chiarificare ciò che è già noto.

Leggi l’articolo completo su LifeGate

Seth Godin: «I dati salveranno l’ambiente. Gli scettici? Al cambiamento non serve l’unanimità»

Pubblichiamo, in occasione dell’uscita in Italia del Carbon Almanac, l’intervista rilasciata da Seth Godin a Marco Lo Conte per Il Sole 24 Ore

“Aspettare? Perché mai dovremmo aspettare? Il mondo sta bruciando in questo momento ed è ora il momento di agire”. Seth Godin è noto per la sua franchezza e lo fa anche appena si cita la crescente consapevolezza delle più giovani generazioni sui temi ambientali, che in prospettiva potrà cambiare radicalmente l’approccio all’ambiente. Che non ci sia più tempo lo dice con quella franchezza conquistata sul campo in decenni di attività, fino a farlo considerare il guru per l’eccellenza del marketing e dell’engagement, che ora mette a disposizione della lotta per l’ambiente e contro il cambiamento climatico.

E lo fa con un non libro, verrebbe da dire, di cui è autore ma per meglio dire orchestratore: sono 300 i contributor di 41 paesi che hanno collaborato alla realizzazione di “Carbon Almanac, Guida al cambiamento climatico” in uscita negli Usa il 12 luglio edito da Portfolio e il giorno dopo in contemporanea in tutto il mondo (l’edizione italiana è di ROI Edizioni). Scrittori, scienziati, ricercatori, illustratori, imprenditori e artisti hanno contribuito alla realizzazione di un data book, che rappresenta la versione cartacea di un progetto anche digitale che punta a raccogliere tutte le evidenze statistiche e i dati che raccontano il cambiamento climatico allo scopo di realizzare un’azione collettiva.

“Stiamo affrontando un’emergenza su scala globale – dice al Sole 24 Ore Seth Godin -, che nessuno di noi ha mai visto prima. E in questo breve spazio di tempo da quando abbiamo preso consapevolezza del problema a quando avremo ancora tempo per fare qualcosa al riguardo, spetta a ciascuno di noi cambiare i sistemi che hanno causato questo problema”.

D – Ma è sufficiente esporre i dati per cambiare le mentalità e sensibilizzare al cambiamento della società?

“Secondo me non c’è una sola persona che voglia essere causa di angoscia spaventando sul destino prossimo futuro dell’umanità. Non sono sicuro che un approccio tetro al problema aiuterà a risolverlo. Le soluzioni sono proprio qui, davanti a noi. Il nostro Almanacco aiuta le persone a trovare una via da seguire, un modo per interagire con gli altri per far sì che il cambiamento avvenga”.

D – Siamo passati da grandi aspettative nei confronti dei social network alle preoccupazioni per la diffusione delle fake news (anche sull’ambiente) e il negazionismo paranoide che alligna in rete. Da tempo lei non è tenero con i social….

“Noi non esistiamo per rendere felici i social network, sono qui per servirci. Negli Stati Uniti, 100 anni fa, il giudice Oliver Wendell Holmes Jr., avvertì che nessuno ha il diritto di gridare falsamente “fuoco” in un cinema affollato”.

D – Ma secondo lei è necessario imporre limiti alla libertà di espressione assunto che sia nociva?

“È una domanda incredibilmente impegnativa, ma l’assolutismo da entrambe le parti non è chiaramente la strada giusta. La verità è che non abbiamo bisogno che tutti debbano voler cambiare un sistema, per cambiare il mondo non abbiamo bisogno dell’unanimità delle opinioni, il che genera solo procrastinazione infinita. Nella storia ci sono sempre stati scettici che traggono profitto dalle attenzioni che ricevono. Ma possiamo ignorarli se lo desideriamo. Le persone fanno scelte in base alle opzioni che vengono offerte. I sistemi creano quelle opzioni e i sistemi possono cambiarle”.

Leggi l’articolo completo su Il Sole 24 Ore

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