Scarpe gratis e zecche è il futuro che ci attende

A poche settimane dall’uscita del libro, pubblichiamo un estratto dell’articolo di Giuliano Aluffi per Il Venerdì di Repubblica su Immagina, di Jane McGonigal, la game designer e futurologa che insegna a prevedere il futuro inimmaginabile.

“È difficile fare previsioni, soprattutto sul futuro», ironizzava Niels Bohr, Nobel per la fisica nel 1922. Eppure, cent’anni dopo, c’è qualcuno che della futurologia ha fatto una professione. Sono gli esperti dell’Institute for the Future di Palo Alto: producono previsioni per enti come il governo Usa o la Banca Mondiale, per i prossimi 10, 20, 30 anni su temi come il lavoro, l’innovazione nel cibo o nei costumi, la salute globale: nel 2010 hanno previsto, per il 2020, una pandemia che avrebbe ridotto tutti in mascherina, avrebbe causato ribellioni antivaccino e diffusione virale di fake news. Come fanno?

«Il metodo più efficace è la simulazione sociale: consiste nel connettere centinaia di persone tramite una piattaforma simile a Twitter e dire loro: “Immaginate di essere nel 2032 e scambiatevi messaggi su ciò che vedete e ciò che succede attorno a voi”» spiega la futurologa Jane McGonigal dell’Istituto californiano, autrice del saggio Immagina. Giochi, scenari e simulazioni per viaggiare nel tempo e prepararsi al futuro (Roi edizioni). «Dallo scambio di visioni dei singoli emergono scenari che nessun futurologo potrebbe figurarsi».

Un esempio è la possibile evoluzione della sindrome Alpha-Gal, un’allergia alla carne rossa che si scatena in seguito al morso di una zecca. «Negli Stati Uniti oggi abbiamo oltre 34 mila casi. Per il Cdc abbiamo predisposto alcuni scenari futuri: in uno di questi nel 2035 sono 250 milioni le persone colpite in tutto il mondo, per la prima pandemia da zecche. I cambiamenti in quel caso sarebbero enormi: il 25 per cento delle persone diventerà, per precauzione, vegana. E i sani eviteranno parchi e spiagge, mentre i proprietari di cani abbandoneranno i loro animali per non rischiare».

Sembra assurdo? «Ogni affermazione utile sul futuro all’inizio deve sembrare ridicola» spiega McGonigal.

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Imparare a “litigare bene”

Pubblichiamo, a poche settimane dall’uscita del libro, l’estratto di un’intervista per Starbene di Sebastiano Zanolli, autore di Guerra o pace, a cura di Lorenza Guidotti.

Litigare non è il peggiore dei mali: dobbiamo solo imparare a farlo senza trasformare il nostro interlocutore nel più acerrimo nemico.
Sebastiano Zanolli, esperto di gestione del cambiamento e risoluzione dei conflitti, ci offre una cassetta degli attrezzi per riconsiderare la diversità di chi ci sta intorno come una ricchezza.

In che modo il Covid e ora la guerra stanno creando un pensiero unico, in cui gli schieramenti sono sempre più faziosi?

Diciamo che la pandemia e adesso la guerra filtrate attraverso i social media, macchine da business che confondiamo con la vita sociale, diventano un terreno fertile per polarizzare le posizioni. Un atteggiamento che rifugge ogni tipo di mediazione, diventando pensiero unico, senza possibilità di discussione. Gli algoritmi che regolano i social media su cui passiamo diverse ore al giorno decidono cosa vediamo e leggiamo, ci fanno sentire informati e competenti su parecchi temi ma in realtà hanno una grande capacità di manipolazione dell’opinione pubblica. Invece di spingerci a cercare un confronto sereno e aperto con il prossimo, ci isolano e ci rendono impermeabili alla comprensione degli altri.

Ma perché litighiamo?

L’innesco di ogni conflitto è la ricerca di un interesse personale, a livello individuale e professionale. Tendenzialmente litighiamo perché vogliamo affermare la posizione che crediamo più giusta e ragionevole: e, in tutto questo, il nostro ego e le nostre emozioni svolgono un ruolo importante su come andrà la discussione. La prima domanda da farsi quindi è: qual è lo scopo di questa discussione, il risultato o la mia voglia di avere ragione? Discutere è naturale, farlo in modo costruttivo richiede attenzione e apprendimento. Secondo Richard Walter Wrangham, antropologo e primatologo, gli esseri umani tendono naturalmente alla cooperazione: i suoi studi rivelano che i nostri antenati cacciatori-raccoglitori tendevano a isolare gli individui più violenti e aggressivi, io sono convinto che il fattore chiave per la nascita e il successo della nostra specie dipenda dalla nostra capacità di collaborazione.

Come si impara a “litigare bene”?

Innanzitutto occorre allenarsi all’ascolto. Per riuscirci bisogna fare tabula rasa dei pregiudizi (bias) che ci portiamo sulle spalle. Ce ne sono di diversi tipi, tra i più comuni c’è il bias di assimilazione che fa sì che si cerchino argomenti per confermare le proprie opinioni senza ragionare sulle proposte altrui. O ancora, il bias di fazione: l’unico obiettivo è essere valutati positivamente dal proprio gruppo senza prestare attenzione alle argomentazioni di chi abbiamo davanti, oppure il bias dell’ancoraggio: è la tendenza ad affidarsi in modo totale alla prima informazione e rimanervi agganciati a qualunque costo. Sono solo alcuni esempi di come un certo atteggiamento ci impedisce di porci di fronte all’interlocutore con attenzione e rispetto. È necessario invece prendere le distanze dal proprio stato emotivo del momento, aprirsi a un ascolto autentico e curioso e mettere sul piatto le finalità e gli interessi condivisi che possono portare a una mediazione.

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Sebastiano Zanolli. Il conflitto genera energia ma servono ascolto e rispetto.

A poche settimane dall’uscita del nuovo libroGuerra o pacedi Sebastiano Zanolli, pubblichiamo una sua intervista per Il Giornale di Vicenza, a Stefano Tomasoni.

Se vuoi la pace non preparare la guerra, prepara il conflitto. Ma preparalo bene, in modo che diventi occasione di confronto costruttivo. Perché guerra e conflitto sono cose diverse: la prima è fatta con la volontà di annientare un nemico, il secondo serve a mettersi in discussione per trovare soluzioni condivise. Sebastiano Zanolli, bassanese, esperto di gestione del cambiamento, muove da questo assunto per sviluppare il tema alla base del suo ultimo libro dal titolo e dal contenuto mai così attuale e adatto ai tempi: “Guerra o pace” (ROI Edizioni, 180 pagine). Il libro sarà presentato oggi, 4 maggio, a Valdagno (Palazzo Festari, alle 20.30) con il team Guanxinet.

Zanolli, lei per mestiere lavora nelle aziende sul piano della motivazione: perché ha sentito il bisogno di parlare di guerra, di conflitto e di pace?
Perché negli ultimi anni ho notato che sempre di più le aziende mi chiamavano per problemi che avevano a che fare con la conflittualità tra le persone. Mi sono chiesto: ma è poi vero che in azienda dev’esserci sempre un’atmosfera di letizia e armonia come se fossimo in un monastero? Nessuno dice che debba esserci troppa tensione, ma nemmeno troppo poca, perché altrimenti non si generano soluzioni creative.

E il tema del conflitto come porta al titolo, “Guerra o pace”?
Il libro è stato stampato prima che iniziasse la guerra in Ucraina. Ho pensato di intitolarlo così perché la parola conflitto viene spesso usata in alternativa alla parola guerra, invece sono concetti diversi. La guerra prevede la distruzione dell’avversario, a volte anche a scapito della propria stessa incolumità. Il conflitto invece è una situazione che può essere di attrito, ma in quanto tale genera un’energia che, se ben diretta, può essere usata per comprendere le istanze delle parti e generare una soluzione addirittura migliorativa.

A quali condizioni il conflitto diventa positivo?
Le condizioni sono quelle dell’ascolto e del rispetto della parte antagonista, accettando una regola aurea: non faccio nulla che non vorrei fosse fatto a me. Ecco allora che nel conflitto si cresce e si migliora. Senza dare per assodato che tu abbia torto. Oggi invece siamo in una società che tende a creare fazioni che si danno continuamente ragione e tendono a screditare la controparte.

Succede in particolare nei social, dove il “tutti contro tutti” è ormai la regola.
Si tratta di un conflitto disfunzionale perché non permette la creazione di alcunché di nuovo. Oggi è più facile che questo avvenga proprio per via degli strumenti nuovi che creano situazioni di eco, nelle quali si parla soltanto con quelli che la pensano allo stesso nostro modo.

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Ecco i trucchi del linguaggio digitale

Il mondo digitale è una giungla di segni nuovi dove è difficile orientarsi: pubblichiamo un estratto dall’intervista di Starbene ad Erica Dhawan, in cui l’autrice de Il linguaggio del corpo digitale racconta i suoi consigli.

Risposte alle email che arrivano una settimana dopo. Video chat piene di “ops, scusa, no, vai pure” e “lasciami finire”. Messaggi di testo ambigui, risposte in chat cancellate o con una punteggiatura incomprensibile. Non c’è da meravigliarsi se la comunicazione digitale è una torre di Babele dove ognuno parla una lingua diversa. A quanto pare, senza l’aiuto della vicinanza fisica e davanti a uno schermo, abbiamo perso la nostra innata capacità di comprenderci. Erica Dhawan, esperta di leadership e intelligenza connettiva (è stata inserita nella lista Thinker 50 dei pensatori più influenti della contemporaneità) ci insegna il tono, il ritmo, le pause e i gesti per sviluppare empatia, fiducia e collaborazione nell’universo digitale. Ecco i suoi consigli.

Ansia, paura e diffidenza sono ospiti indesiderati ma costanti della comunicazione online. Come si possono eliminare?
Innanzitutto sviluppando l’arte dell’ascolto. Leggere con accuratezza le email, identificare i bisogni degli altri, imparare anche a dare importanza ai loro problemi accogliendoli pur senza sentire il dovere di risolverli, cercare incessantemente il modo migliore per connettere gli individui e il gruppo come un’orchestra affiatata. In poche parole, riconoscere il valore (e i limiti) di ognuno per creare una squadra aperta, in cui tutti sono ascoltati e dove il rispetto e la fiducia non mancano mai. Lo step successivo è la chiarezza. Come faccio a rispondere correttamente a un’email se il contenuto è ambiguo? Sono consapevole dell’ansia che creo nel gruppo se scrivo in modo criptico nella chat aziendale o della sfiducia che provoco se tengo sempre il video spento in una cali? Occorre dare priorità alla comprensibilità di un messaggio a scapito della brevità o, addirittura dei ghosting digitale.

Cosa intende per ghosting digitale e come si evita?
E un termine relativamente nuovo per descrivere l’assenza di risposta a un’email o a una domanda in chat o a una chiamata. Questo comportamento può provocare frustrazione, mancanza di motivazione, rabbia o delusione. Per evitarlo ci sono delle regole. Se sei tu ad aspettare una risposta e non è urgente, non sollecitare e non iniziare a rimuginare sull’accaduto. Dopo qualche giorno riprova. Se nuovamente ottieni solo silenzio, cambia mezzo di comunicazione (da email a sms o chat o se sei sotto data, telefona). Siamo tutti indaffarati e non c’è nulla di personale. Se sei tu che devi rispondere, fallo subito se non impieghi più di 60 secondi o se è urgente. Se non lo è, replica che stai lavorando alla risposta e fornisci l’ora o il giorno in cui lo farai.

Comunicare in modo autentico è fondamentale. Come si fa a leggere tra le righe attraverso uno schermo?
In presenza nel mondo offline, si riusciva a capire l’andamento di una riunione dalle conversazioni collaterali nelle pause, dal contatto visivo, dai sorrisi, dagli ammiccamenti, dalle strette di mano alla fine della sessione. Oggi, nel mondo virtuale, il linguaggio del corpo si traduce in parole, punteggiatura, tempi e scelta del mezzo e spesso è facile fraintendersi. Le gerarchie si evincono nelle email attraverso le linee To, Ce e Ccn e l’ordine in cui appare il tuo nome. Un’email scritta in modo chiaro e con un punto alla fine dell’ultima frase può intimidire a chilometri di distanza. L’entusiasmo e l’approvazione si trasmettono attraverso punti esclamativi, emoji e risposte rapide.

Come salvarsi dalla paura: ce lo insegnano i sumeri

“Il coraggio è una faticosa conquista quotidiana a cui si arriva affrontando il terrore”: pubblichiamo un estratto dall’articolo di Lucia Esposito su Libero Quotidiano, dove Giorgio Nardone, autore de Il coraggio di cambiare, spiega cos’è il coraggio e come affrontare la paura.

Diverse migliaia di anni fa i sumeri lo avevano capito così bene da scolpirlo perfino su una pietra: «La paura guardata in faccia si trasforma in coraggio, la paura evitata diventa timor panico». E noi invece siamo ancora qui, vittime del terrore che ci attanaglia e ci paralizza, incapaci di fronteggiare questo mostro dalle mille facce che si nasconde nelle pieghe dei nostri pensieri e prende ora la forma di un virus invisibile, ora quella di un missile nucleare. La pandemia, la guerra e poi le piccole grandi fobie che insidiano le nostre vite. «Tutti abbiamo paura e chi dichiara di non averne è solo un incosciente. La paura è la nostra emozione più importante, la più primitiva, quella che determina la gran parte delle nostre reazioni», rassicura lo psicologo e psicoterapeuta Giorgio Nardone, direttore del centro di terapia strategica di Arezzo che ha cominciato a studiare i disturbi legati alle fobie circa trent’anni fa e a quest’emozione ha dedicato anche il suo ultimo saggio – scritto con Robert Dilts – dal titolo Il coraggio di cambiare, sottotitolo: due lezioni per superare il timore del cambiamento e imparare a cogliere le opportunità.

Non credete ai supereroi senza macchia e senza paura perché il coraggio non esiste. «È solo una paura vinta», dice Nardone che passa ai raggi x quest’emozione dimostrando come non sia sempre e solo foriera di scenari sciagurati. «Tutti possiamo diventare coraggiosi se impariamo a guardare in faccia le nostre paure invece di evitarle ». Il coraggio è come un muscolo che va usato tutti i giorni altrimenti perde tonicità fino a sparire del tutto. La forza d’animo è una faticosa conquista quotidiana a cui si arriva affrontando il terrore. E sembra di sentire il povero, pavido, don Abbondio balbettare: «Il coraggio uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare». Leggendo il saggio di Nardone si scopre, invece, che la temerarietà la si può allenare ogni volta che, davanti a una paura, invece di bloccarci, di aggirare l’ostacolo, proviamo ad attraversarla. «Chi ha la fobia di parlare in pubblico tenderà a evitare di farlo. Il problema, però, è che la prima volta che aggiro l’ostacolo mi dico che mi sono salvato. Se sfuggo anche la volta dopo e poi quelle ancora successive, da un lato sto meglio, ma dall’altro la sensazione di paura aumenta. Evitare ciò che mi terrorizza fa crescere la paura e conferma dentro di me la mia incapacità».

Leggi l’articolo completo su Libero Quotidiano

«Tribù in campo contro le divisioni da social media»

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Ad un mese dall’uscita del best seller di Seth Godin, Tribù, pubblichiamo un estratto dell’intervista rilasciata al Il Sole 24 Ore, dove l’autore racconta di sé, del libro e della sua tribù.

Negli esordi di uno dei massimi riferimenti mondiali del marketing ci sono informatica e filosofia. Perché per raccontare la storia di Seth Godin, autore di oltre venti best seller internazionali, si deve partire dalla sua laurea alla Tufts University di Boston conseguita alla fine degli anni ’70. «Ho imparato a mettere assieme informatica e filosofia: entrambi ci aiutano a comprendere il mondo e a chiarirci le idee sul cambiamento che si vuole creare. Tutto parte sempre dall’ascolto», racconta Godin, che in queste settimane è tornato in libreria col suo best seller “Tribù – Il mondo ha bisogno di un leader come te“, per ROI Edizioni. La sua tribù è composta da più di un milione di lettori che leggono i suoi post giornalieri su Seths.blog. «L’essere comunità è una predisposizione innata dell’uomo. Il fatto che i social guadagnino dal dividere le persone non vuol dire che dobbiamo perseguire questo schema. Dobbiamo unirci e resistere alla tentazione di porci contro gli altri per realizzare qualcosa di meglio. Io stesso mi identifico con tribù differenti legate ai miei hobby, alle persone che frequento. E ogni volta cerco di dare il meglio di me. La tribù è essenziale per comprendere le dinamiche della società», precisa Godin. Nel suo passato c’è stata una vita da startupper: nel 1986 con 20.000 dollari fonda in un monolocale di New York la Seth Godin Productions. «Nessuno sapeva cos’era internet e avevo clienti come American Online che non erano contenti perché il software all’inizio non funzionava bene. Siamo stati vicini al fallimento».

Oggi la sua personale tribù da chi è composta?
Amici e familiari. Ma sono stato fortunato perché ho anche incontrato persone che mi hanno indicato la strada. Penso agli indimenticabili Isac Asimov, Ray Bradbury, Arthur Clarke.

Come si relazione con gli hater?
C’è chi lavora solo per rispondere alle critiche. Io non rientro in questa categoria. Io lavoro ogni giorno per crearmi una giornata unica.

Aggiorna il suo blog con costanza da anni.
Non faccio niente per creare continuità, ma ho preso questo impegno tempo fa e oggi il mio blog conta 8mila post. Non lo faccio per un senso di perfezione, ma perché penso che l’impegno crei un vantaggio per le persone. Non perdere tempo è una dichiarazione di valore.

Leggi l’intervista completa su Il Sole 24 Ore

Troppa dopamina meno felicità

Pubblichiamo l’estratto di un articolo di Giuliano Aluffi per Il Venerdì di Repubblica: la tesi di Anna Lembke nel suo libro L’era della dopamina.

Studi e sondaggi mostrano che in Occidente siamo, in media, meno felici rispetto a vent’anni fa, e ansia e depressione sono più diffuse nelle nazioni ricche che in quelle povere. Come si spiega il fatto che l’insoddisfazione sia cresciuta proprio dove c’è più benessere e abbondanza? “La risposta è nella nostra biologia, e in particolare nel modo in cui il nostro cervello gestisce il piacere e il dolore” spiega Anna Lembke, psichiatra e direttrice del centro per la cura delle dipendenze della Stanford University School of Medicine, autrice del saggio L’era della dopamina. Come mantenere l’equilibrio nella società del “tutto e subito” (ROI edizioni).

“Il piacere e il dolore sono regolati nella stessa parte del cervello, ed è come se occupassero i due lati opposti di un’altalena che il cervello si sforza, di continuo, di mantenere in equilibrio” spiega Lembke. La chiave di tutto è la dopamina, che è un neurotrasmettitore, ovvero una sostanza chimica che agisce da messaggero tra i neuroni, permettendo loro di scambiarsi i messaggi chimici utili a coordinarsi e a lavorare insieme. Ogni esperienza gratificante, come il mangiare un biscotto o vedere una notifica WhatsApp dalla persona amata, provoca un picco di dopamina rilasciata in una parte del cervello detta “circuito della ricompensa” (che collega l’area tegmentale ventrale, il nucleo accumbens e la corteccia prefrontale, ndr). E l’altalena piacere-dolore si inclina sul lato del piacere.

“Oggi sappiamo che quanto più, e quanto più rapidamente, una sostanza o un’esperienza provoca rilascio di dopamina in questo circuito, tanto più crea dipendenza” spiega Lembke. “Perché una volta che l’altalena è inclinata sul lato del piacere, il cervello per ripristinare l’equilibrio produce uno stimolo uguale ed opposto – e quindi doloroso – alla sensazione provata: questo stimolo è il senso di privazione che subentra al piacere del primo biscotto e ci fa desiderare di mangiarne un altro. È un meccanismo che si è radicato in noi con l’evoluzione, utile a far sì che lo stato di euforia indotto da un’esperienza piacevole si esaurisca presto, così che si rimanga sempre motivati a fare ciò che favorisce la sopravvivenza della specie: cercare altro cibo, accoppiarsi, fare gruppo con gli altri per essere protetti”.

Dopamina tiranna. Troppo piacere fa male

Pubblichiamo un estratto dell’intervista ad Anna Lembke in occasione dell’uscita del suo libro L’era della dopamina, realizzata per La Lettura, da Federica Colonna.

Umani, abbiamo un problema: siamo troppo bravi ad evitare il dolore. Abbiamo risposto così bene alla sfida del perseguimento del piacere da aver trasformato un mondo caratterizzato dalla scarsità in un ambiente in cui siamo sopraffatti dall’abbondanza. Il piacere è dovunque e il nostro cervello è facile preda della dipendenza. Lo spiega Anna Lembke, docente di psichiatria della Standford University, in L’era della dopamina, volume nel quale lancia l’allarme: siamo cactus nella foresta pluviale.

Professoressa, che cosa significa? Qual è l’effetto della super-accessibilità delle fonti di piacere sulle persone?
Il nostro cervello si è evoluto nel corso di milioni di anni nel tentativo di avvicinarci al piacere ed allontanarci dal dolore. Questo circuito primitivo, in gran parte invariato, è adatto a un mondo di scarsità, non di sovrabbondanza, come quello in cui viviamo e che abbiamo trasformato al punto di rendere le sostanze e i comportamenti in grado di procurarci benessere disponibili al tocco di un dito. Il risultato è che siamo circondati dal piacere: il nostro cervello si sta arrovellando per adattarsi al nuovo ecosistema, spesso senza successo. Il risultato è visibile nel crescente tasso di dipendenze e nell’aumento della depressione e dell’ansia, legate al tentativo del cervello di controbilanciare la grande quantità di piacere. Siamo tutti simili a cactus, nati per vivere in un clima arido cerchiamo di sopravvivere in un ambiente inzuppato d’acqua.

Lei considera mentori contemporanei le persone uscite da una dipendenza grave. Eppure sono spesso considerate reiette, pecore nere da non invitare al pranzo della domenica. Che cos’hanno da insegnarci e perché?
Siamo tutti alle prese con piccole dipendenze, dal controllo compulsivo dello smartphone al consumo eccessivo di zucchero. Le persone in recupero da dipendenze severe per sopravvivere hanno dovuto trovare il modo di navigare in un ecosistema colmo di dopamina. La loro saggezza è maturata con l’esperienza che può servire da guida per tutti noi, hanno imparato trucchetti per la vita quotidiana per riuscire a evitare sostanze e comportamenti in grado di creare assuefazione.

Smania incontenibile e costante: come i media digitali hanno reso tutti noi dipendenti dalla dopamina

Pubblichiamo in traduzione un estratto da un articolo sul The Guardian, di Jamie Waters, sul nuovo libro di Anna Lembke, L’era della dopamina.

La dottoressa Anna Lembke, esperta mondiale di dipendenze, è preoccupata per il mio “phone problem”. Durante la nostra intervista le confesso, di sfuggita, di avere un malsano attaccamento al mio iPhone, controllandolo ogni pochi minuti come un tic compulsivo (vi suona familiare?) che Lembke assolutamente non ha. Vorrebbe che mi astenessi dall’usarlo per almeno ventiquattro ore chiudendolo in un cassetto e uscendo all’aria aperta. Le prime dodici ore saranno colme di ansia e Fomo, ma, col passare del tempo, sperimenterò un vero “senso di libertà”, acquisirò un senso di maggiore consapevolezza sulla relazione col mio compagno digitale e mi risolverò “a tornare ad usarlo in maniera un po’ differente”, dice, parlando con un tono rassicurante ma deciso.

Farei bene ad ascoltare il suo consiglio. Come capo della Stanford University’s Dual Diagnosis Addiction Clinic (che si rivolge a persone con più di un disturbo), Lembke ha passato gli ultimi venticinque anni a curare pazienti dipendenti da qualsiasi cosa, dall’eroina, gioco d’azzardo e sesso a videogiochi, Botox e bagni ghiacciati. La psichiatra cinquantatreenne ha scritto un autorevole libro sull’epidemia di prescrizione di farmaci, ha condotto un Ted Talks sulla crisi americana degli oppioidi ed è comparsa nel documentario Netflix del 2020 The Social Dilemma per discutere la particolare droga rappresentata dai social media. È una specialista nel capire perché sviluppiamo dipendenze – e come possiamo apprezzare cose piacevoli in una dose più sana.

Il suo nuovo libro, L’era della dopamina, mostra come siamo tutti dipendenti in qualche grado. Lei chiama lo smartphone “l’ago ipodermico della contemporaneità”: ci rivolgiamo a questo strumento per rapide “dosi”, cercando attenzione, validazione e una distrazione con ogni swipe, like e tweet. Dalla fine del millennio, la dipendenza comportamentale (che si oppone a quella da sostanze) è salita alle stelle. Ogni momento libero è un’opportunità per essere stimolati, sia entrando nel vortice di TikTok, scrollando Instagram, scorrendo Tinder sia abbandonandosi sfrenatamente al porno, al gioco d’azzardo o allo shopping online.

La riscoperta dell’amore per l’ascolto

Pubblichiamo la prefazione di Pablo Trincia a Podcast di Damiano Crognali, sul nuovo rinascimento dell’audio.

Fino all’autunno del 2014 non avevo la minima idea di cosa fossero i podcast. Sapevo solo che erano la trasposizione su Internet di un programma radiofonico e che qualche appassionato si faceva il suo podcast personale da casa, con un microfono artigianale, e lo condivideva su piattaforme di nicchia. Poi il pomeriggio del 13 novembre, mentre sbirciavo il profilo Twitter di uno dei miei giocatori di basket americani preferiti, ho notato che aveva postato un link a quella che definiva una serie “altamente consigliata”. Incuriosito, ci ho cliccato su. E così ho scoperto la prima serie audio della mia vita, Serial, dodici puntate da un’ora l’una che ricostruivano un cold case di fine anni Novanta a Baltimora.

È stato subito amore. Ho riscoperto quanto è bello ascoltare e basta, cosa non scontata per me che, invece, lavoravo con il video. Ho ritrovato il piacere di usare l’immaginazione per ricreare nella testa volti e mondi che mi venivano raccontati e che non sentivo poi l’esigenza di dover vedere, perché nella mia mente avevano già una forma perfetta: quella che gli avevo dato io. Ho adorato questa forma di narrazione orale, così antica, così primordiale, così insita nel nostro DNA e nella nostra infanzia di suoni e parole. Nel giro di pochissimo tempo, ne ho scoperto il tremendo potenziale. Anche in questo caso tutto passava dal telefono e dalle cuffiette e anzi, rispetto al video, l’audio si poteva sentire in mille momenti morti della giornata, mentre si facevano mille altre cose. Affamato di questo nuovo genere, ho cercato altri prodotti come Serial. E ho scoperto un mondo di programmi on demand, dalle true crime ai talk, passando per podcast di storia, scienza, cultura.

Quante cose si potevano apprendere guidando, cucinando, correndo o stando seduti su un treno o sdraiati a letto! E quanto erano più economici i podcast da produrre per noi autori, rispetto alle serie video, così care e per così pochi eletti! Ecco finalmente un nuovo terreno su cui esprimersi. E così mi ci sono buttato anch’io, anima e corpo. Perché da quel novembre di ormai sei anni fa ho capito che questo genere può diventare una delle nuove evoluzioni del modo di fare comunicazione. E il tempo sembra darmi e darci ragione. Sempre più popolari, sempre più seguiti, sempre più amati. Abbiamo ritrovato l’amore per l’ascolto. Ora, però, dobbiamo lottare per tenerci stretti i nostri nuovi ascoltatori.

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