Marianne Williamson

Accettare la difficoltà, lavorare al cambiamento

Niente ci rende più forti che uscire dagli abissi più profondi della disperazione per camminare verso le vette più alte della gioia, e nessuno ci spinge quanto gli angeli che ci ricordano di non dimenticare tutti gli altri che stanno scalando la montagna insieme a noi.

Qualche settimana dopo, ero a una festa e camminavo da sola nella grande casa dove si svolgeva l’evento. Sono entrata in una stanza dove alcuni uomini in smoking chiacchieravano tra loro, mentre sorseggiavano qualche drink. Un uomo si è voltato a guardarmi. Era chiaro a quel punto che stessi sognando da sveglia, perché quell’uomo era Gesù. Mi ha guardato e, senza tradire alcuna emozione e senza recriminazioni, mi ha detto molto semplicemente: “Pensavo che avessimo un accordo.” E così è stato. In quel momento è cominciato il viaggio verso una destinazione che non avrei mai immaginato. Quando le persone mi chiedono: “Com’è cominciata la tua carriera?”, mi viene sempre in mente l’immagine di Gesù a quel cocktail party di tanti
anni fa. In quel periodo della vita, mi sembrava che il mio cranio fosse un vaso antico preziosissimo che era andato in frantumi. I frammenti, troppo numerosi perché riuscissi a contarli, erano esplosi nello spazio. E alla fine si è rivelato l’inizio di una nuova vita. Quando i pezzi del cranio sono tornati insieme, mi è sembrato che in me fosse entrato qualcosa di nuovo che non c’era mai stato prima.
Sì, certo, in quel periodo ero depressa, però stavo anche ricevendo informazioni di natura spirituale. Dall’altra parte della nera notte dell’anima, sapevo, vedevo e capivo cose che non avevo mai saputo, visto e capito prima. So di altre persone che raccontano di trasformazioni simili. A volte è necessario che l’attaccamento a un mondo sia scosso, perché possiamo riconoscere un altro mondo. Quando la sofferenza ci risveglia anche l’oscurità più profonda può rivelare la luce divina.
Diversi anni fa il figlio di ventun anni della mia amica Teresa è stato ucciso. Sembra impossibile immaginare un dolore più grande, ma Teresa e la sua famiglia hanno affrontato la sofferenza con uno sguardo alla vita e oltre. Oggi, diversi anni dopo la tragedia, Teresa lavora come attivista e portavoce nelle carceri e parla ai detenuti dell’importanza della pace tra vittime e trasgressori. Teresa mi ha raccontato di aver trovato la propria missione nella vita grazie a quel lavoro. Benché la rabbia per l’uccisione ingiusta del figlio sia stata un tormento e lo sia ancora, l’opportunità di parlare con altre persone detenute per lo stesso crimine ha alleviato la sofferenza di Teresa. Parlando con carcerati condannati all’ergastolo, Teresa incontra persone pentite e, nel loro rammarico e nelle offerte di collaborazione che le rivolgono, trova un conforto. Un detenuto le ha raccontato che solo adesso finalmente comprendeva la portata del dolore dei parenti della vittima. “Per quanti anni rimanga in prigione” le ha detto “Non riuscirò mai a restituire ai genitori la loro figlia.”
La profondità del rimorso di quell’uomo ha portato Teresa a riflettere sulla propria rabbia; mi ha detto che quel detenuto adesso era più libero di lei, perché l’espiazione l’aveva redento, mentre la rabbia inesorabile di Teresa continuava a tenerla bloccata. Teresa cerca di perdonare perché vuole essere libera, ma tutti comprendiamo quanto possa essere difficile. Dio lavora in modi misteriosi e Teresa dice che il lavoro di cui si occupa adesso l’ha aiutata a guarire. L’esperienza del lavoro con i detenuti le ha cambiato la vita, aprendo il suo cuore alla possibilità che ci sia una luce anche nell’oscurità più profonda. Teresa dice che il lavoro con i detenuti e come portavoce delle vittime le ha salvato la vita: “Nonostante la realtà degli atti di violenza più devastanti e orribili, adesso sento che c’è una speranza.”

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