Sebastiano Zanolli
Non portatore di caos ma terreno fertile per l'innovazione: bisogna riscoprire la natura positiva del conflitto per poter imparare a "litigare bene", tanto nella vita personale quanto in azienda.
ROI-EDIZIONI-Zanolli-Guerra-o-pace copertina
Pagine: 192
ISBN: 9788836201006 Categoria
Data di pubblicazione: 21/04/2022

Il libro

L'autore

“A casa è una guerra” è una delle espressioni tipiche che indicano tensioni e litigi familiari. Anche in azienda, la frequenza con cui si usano e si sentono usare frasi di questo tipo è altissima. Solo che le parole, come diceva Nanni Moretti nel film Palombella rossa, sono importanti. Determinanti. Già plasmati da un’avversione, parzialmente giusta, nei confronti dell’idea di guerra, se usiamo le parole in modo improprio ci ritroviamo ancor di più a evitare gli scontri, i litigi, i conflitti, senza che questo ci sia di aiuto. Anzi.
La guerra è violenza, per quanto organizzata. Litigare, invece, è quasi sempre un qualche tipo di scontro alla ricerca di un punto comune. La guerra è un gioco a somma zero: qualcuno vince, qualcun altro perde. Litigare è manifestazione, a volte accesa, di opinioni, di espressione. È spiegarsi meglio, ad alta voce. In Italia, purtroppo, la lingua non ci aiuta a destreggiarci con queste sfumature. Come ha osservato Daniele Novara, presidente del Centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti e mio mentore sulla materia, in italiano, sul tema, usiamo troppe parole in maniera confusa e sovrapposta:

“Appare evidente come nei nostri vocabolari i significati di ‘guerra’ e ‘conflitto’ siano sostanzialmente sovrapponibili, con un’accezione quasi peggiorativa del conflitto rispetto alla guerra. Ma se consideriamo la guerra per quello che è, e cioè una delle forme più estreme di violenza, è evidente che ci troviamo di fronte a una clamorosa confusione semantica, che la ricerca sui nostri vocabolari non ci aiuta a dirimere.”

Sovrapposta, nel senso che pensiamo che in una scala di intensità della violenza vi siano i conflitti e crescendo si possa trovare la guerra. Dal conflitto, al litigio, fino ad arrivare al caos. Ciò che più ci manca, però, e non solo in Italia, è la capacità di cogliere le sfumature e anche l’ambiguità della natura umana e delle relazioni. Come generazione “pacifica” che ripudia la guerra, la nostra tendenza è quella di escludere ogni possibile scontro. Pensare che l’armonia sia una questione di accordo perenne, continuo, simbiotico. E, invece, non funziona così. Anzi, funziona al contrario.

L’armonia è un processo tormentato di mediazione, negoziazione, confronto, discussioni. Si tratta del risultato del capirsi, il che implica necessariamente qualche volta aver litigato. A volte è vero: tali litigi possono apparire o risultare violenti. Ma si tratta, per lo più, di incapacità nell’affrontare la natura dei conflitti. La violenza insomma – citando ancora Novara – “non può essere una sorta di conseguenza del conflitto ma, al contrario, è l’incapacità di stare nel conflitto stesso, di sperimentarlo come momento importante, come elemento che fonda la relazione e attraverso il quale è possibile riconoscere la differenza e la distanza, indispensabili a preservare la relazione stessa dalle sue componenti inglobanti e tiranniche”.

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