Paolo Borzacchiello
Che parole servono in un mondo che ci costringe a parlare attraverso schermi di vetro, a mascherarci e a star lontani dagli altri?

Al di là del momento contingente, i cambiamenti sociali prodotti dalla pandemia produrranno i loro effetti per molti, molti anni. Forse per sempre. Di fatto, il Covid-19 ci ha portato a cambiare radicalmente il nostro modo di interagire, da più punti di vista. Il primo, probabilmente quello con il quale faremo i conti per sempre, è la questione delle interazioni virtuali. Abbiamo scoperto che possiamo avere i nostri appuntamenti via web e che possiamo sostituire moltissimi incontri fisici con incontri virtuali. Chi ha più voglia, anche potendo, di farsi cento chilometri in auto o in treno quando ci si può collegare da casa o dall’ufficio? Per certi versi, si tratta di un’evoluzione: se è vero che alcune esperienze di persona sono insostituibili (penso ad esempio ai corsi di formazione che tanto amo), è anche vero che poter interagire a distanza comporta un poderoso risparmio di tempo e denaro per tutti. Al tempo stesso, dobbiamo evitare di correre il rischio che deriva dal pensare che per interagire via web basti fare le stesse cose che si facevano di persona, perché non è così.

Uno dei principali problemi legati alle interazioni virtuali riguarda l’empatia. Che cala all’aumentare della distanza. Il cervello umano, da questo punto di vista, è totalmente irrazionale: non è razionale il fatto che il vostro cervello traduca distanza fisica con distanza emotiva, ma è così che succede e la ricerca, in tal senso, è lampante. La questione è che questo fatto non lo potete controllare: se il vostro cliente o interlocutore vi chiede un appuntamento via web, l’unica cosa che potete fare è concedergli quell’appuntamento via web. Non potete, cioè, controllare la variabile “distanza fisica” ma, sapendo che questa si traduce in un potenziale problema, la potete gestire, proprio (guarda caso) attraverso il linguaggio e, in particolar modo, attraverso le cosiddette metafore incarnate, ovvero metafore che il cervello traduce in modo letterale e, appunto, “incarna”. Dire al vostro interlocutore, ad esempio, durante una web call, che gli sarete “vicino” nel suo percorso aggira l’ostacolo della distanza fisica, inganna il cervello il quale non si accorge che “vicino” è una metafora, un modo di dire, e il gioco è fatto.

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