Immaginate una stanza abbastanza grande da contenere comodamente dieci-quindici persone. Le sedie sono disposte in cerchio, nessuno si conosce ma tutti sono accomunati dall’essere madri e padri di ragazze e ragazzi affetti da un disturbo alimentare. Al primo incontro ci si presenta timidamente, qualcuno dice solo il suo nome, altri invece si soffermano già sulla figlia o sul figlio, accennando brevemente al motivo per cui sono lì.
Una donna dice: “Sono qui perché… è saltato il banco!”
Il filo rosso che fino ad allora si era solo intuito diventa visibile. Tutti riconoscono in quella frase un’esperienza comune: la sensazione che il gioco si sia rotto, che le regole note non valgano più, che la vita familiare sia precipitata in un terreno sconosciuto.
Avere a che fare con un disturbo alimentare, per chi lo vive in prima persona e per chi lo attraversa come familiare, può assomigliare, in effetti, al sedersi al tavolo di un casinò. All’inizio pensi di avere il controllo, che le regole siano chiare e che basti un po’di attenzione per non farti travolgere. Ma a un certo punto, senza quasi accorgertene, la partita prende una piega diversa: il banco inizia a vincere sempre, e tu continui a giocare sperando in un colpo di fortuna. Poi, all’improvviso, succede qualcosa: il banco salta. Nel linguaggio del gioco, significa che il sistema che governa la partita si interrompe, e tutti (giocatori, spettatori, croupier) restano sospesi.
Nel disturbo alimentare, il “banco che salta” è quel momento in cui la malattia smette di essere invisibile, di scorrere silenziosa nella quotidianità, e si manifesta nella sua potenza, costringendo tutti a fermarsi e a guardare. È un istante di rottura, drammatico ma anche carico di possibilità: perché proprio lì, nel caos che segue, può nascere lo spazio per cambiare. Un momento in cui tutto ciò che sembrava funzionare, o almeno tenere insieme le cose, improvvisamente non funziona più. È come se una carta estratta con leggerezza facesse crollare l’intero castello. Nella vita di una famiglia, l’emergere di un disturbo alimentare in un figlio o in una figlia può rappresentare proprio questo: un evento che sconvolge l’ordine noto e che mette in discussione ruoli, certezze, linguaggi affettivi. Il banco salta, e ciò che resta è un campo aperto di interrogativi, dolore, colpa, impotenza.
Quando un genitore si trova davanti a un figlio che smette di mangiare, che inizia a usare il cibo come strumento di controllo, di protesta o di espressione, l’impatto è dirompente. La prima reazione è spesso quella dell’emergenza: si cerca di aggiustare, di correggere il comportamento, di fare qualcosa – qualunque cosa – per fermare ciò che sta accadendo. Ma presto si scopre che non ci sono istruzioni da seguire, né gesti salvifici. Un disturbo alimentare si impone come una domanda ma anche come un’affermazione, un potente e criptico messaggio che irrompe nella vita di una famiglia, non senza aver lasciato prima delle tracce.
Sapete cosa ci dicono più spesso i genitori che incontriamo? Che andava tutto bene. Che non sanno spiegarsi come sia potuto succedere. Che è stato un fulmine a ciel sereno.
Eppure, quasi mai è davvero un evento improvviso. Come un temporale che si annuncia con nubi plumbee all’orizzonte, un disturbo alimentare porta con sé una serie di segni premonitori, spesso sottili, a volte silenziosi. Segni che si depositano nel tempo, che chiedono di essere riconosciuti, nominati, accolti.
Molto spesso, prima ancora che il comportamento alimentare si modifichi in modo evidente, qualcosa cambia. Cambiano le modalità di interazione quotidiana: il modo di rivolgersi alla famiglia diventa più distante o più irritabile. Cambiano i legami sociali: le amicizie si diradano, le uscite si riducono, il tempo trascorso da soli si allunga. Cambia l’umore, che può farsi più cupo, più esitante, più incerto.
A volte è una frase detta di sfuggita. A volte è un pianto che non trova spiegazione, un’angoscia vaga, un senso di inadeguatezza che si insinua senza fare troppo rumore. Il cibo, il corpo, il peso arrivano dopo. Prima, molto prima, c’è quasi sempre un sentimento di disagio che non ha trovato parola.
Ecco perché un disturbo alimentare non può essere letto solo come un comportamento da correggere. È un linguaggio che chiede ascolto.